I gol hanno il loro peso, per carità. Figuratevi, nelle prime settimane di questa stagione, quando i gol sembravano non arrivare, da queste parti non mancarono i mugugni e gli inevitabili orfani di Edin Dzeko che, pure, sempre da queste parti, nella sua prima stagione in giallorosso fu preso a pernacchie con tanto di immagini del bosniaco con al guinzaglio un cane per non vedenti. E invece Tammy Abraham, con quello di ieri sera al Lecce, da centravanti vero, stop, secondo tocco ad aggiustarsi il pallone, giravolta, destro a incrociare sul palo più lontano, è arrivato a quota quindici: otto realizzati in campionato, sei in Europa, uno, appunto in coppa Italia, timbrando il tabellino in tutte le tre competizioni (anche Shomurodov c'è riuscito, ma con tutto il rispetto per l'uzbeko, i numeri e le prestazioni fin qui sono state ben diverse). Non male, considerando che abbiamo appena scavallato metà stagione, che ci sono almeno altre diciannove gare da affrontare, che non tira calci di rigore e neppure le punizioni, e che, anche, ha preso pure una quantità di legni che se soltanto la metà di quei palloni fossero finiti in fondo alla rete, starebbe già intorno a una quota stagionale di una ventina.

C'è tempo, intanto Abraham si gode il momento: «Sono felice per questi quindici gol, ma certo non mi accontento, voglio di più per la mia Roma. Gioco in un'ottima squadra, sono convinto che faremo ancora meglio. Mi piace giocare con Zaniolo, mi capisce, mi crea gli spazi, è forte, ci intendiamo subito. Il modulo? Posso giocare con qualsiasi modulo, in ogni caso decide Mourinho». Già, Mourinho che è stato decisivo nel farlo arrivare in giallorosso: «Prima di decidere, ho parlato con il mister. Mi ha chiesto se preferivo la pioggia di Londra o il sole di Roma. Ma soprattutto Mourinho è uno dei più grandi allenatori in circolazione, per me è un onore lavorare per lui. La partita di stasera? Nel primo tempo non abbiamo fatto bene, non eravamo pronti, eppure il mister ci aveva messi in guardia. Nella ripresa, con i cambi le cose sono cambiate in meglio. Ci siamo qualificati in una competizione che può essere un obiettivo per far tornare a vincere la Roma». Abraham nostro pur avendo cambiato abitudini, campionato, compagni di squadra, cibo, lingua, ci ha messo poco più di un attimo ad ambientarsi, a innamorarsi di Roma e della Roma, a sentirsi amato da una tifoseria che ne ha subito riconosciuto la virtù preferita dai cuori romanisti. Cioè quella di dare sempre tutto in campo.

L'inglese arrivato dal Chelsea, ha intuito subito di essere atterrato nell'ambiente perfetto per il suo carattere e le sue caratteristiche. Mourinho sin dalla prima partita ha capito che non avrebbe potuto mai farne a meno. Con quella di ieri sera, la Roma ha giocato trentuno partite ufficiali, ventidue in campionato, due del play-off europeo, sei del girone di Conference, una, appunto, in coppa Italia. Tammy è sceso in campo in ventinove, ventisei da titolare (è subentrato tre volte in Conference), saltandone appena due ma per motivi non dipendenti dalla volontà del portoghese. Perché è rimasto in tribuna contro l'Inter in campionato dovendo scontare un turno di squalifica e non c'è stato poi solo nella gara d'andata del preliminare con il Trabzonspor ma per il solo motivo che era appena arrivato alla Roma. Sin da quel primo incontro, tra l'inglese e l'ambiente giallorosso si è creata un'empatia che è andata sempre crescendo. Complici, si fa per dire, anche modi, atteggiamenti, parole, sorrisi di un ragazzo che gesticola come un romano, parla con gli occhi, indossa gli abiti che i tifosi vogliono vedere, quelli di chi esce dal campo con la maglia sudata dopo aver dato tutto quello che ha in corpo.

Questo amore che la gente romanista gli ha subito manifestato, il ragazzo arrivato da Londra ci ha messo un attimo a metabolizzarlo. Probabilmente senza neppure troppa fatica, perché lui è così, con quella faccia che non è capace di nascondere le emozioni. E allora l'idillio è passato attraverso la scelta spontanea di cantare con i tifosi l'inno della Roma; i gesti che il ragazzo più di una volta ha inviato al pubblico caricandolo ancora di più a fare quello che sa fare meglio, cioè tifare; la mano sul cuore ogni volta che percepisce l'approvazione ni suoi confronti; gli applausi rivolti alla Sud e non solo. Il tutto, per esempio, ieri sera si è trasformato in una passerella tutta sua, quando Mourinho ha deciso di sostituirlo. L'inglese è uscito sotto la Tevere, baci e applausi verso di lui, ricambiati. E' passato sotto la Sud che vederla vuota a noi dà sempre un colpo al cuore. Applausi e baci sotto la Monte Mario dal resto dei cinquemila sorteggiati a entrare, pure qui ricambiati con quel sorriso di Tammy che ci piacerebbe regalare al mondo. Ma siamo proprio sicuri che sia nato a Londra?