Legami particolari, che paradossalmente si fanno ancora più forti quando si è a migliaia di chilometri di distanza dalla propria patria. Stranieri in una terra che straniera non sarà mai, perché la Roma nel corso della sua storia ha accolto e continua ad accogliere un'infinità di nazionalità, culture, modi di essere e di vivere. Solo così ci si arricchisce, persino in una squadra che da sempre si identifica con la città di cui porta il nome. Accanto ai "figli di Roma", argentini, brasiliani, tedeschi, greci, inglesi, uruguagi, ivoriani. Nel caso in cui Maitland-Niles dovesse accasarsi alla corte di Mourinho, raggiungerebbe da oltremanica i connazionali Smalling e Abraham, con i quali condivide peraltro anche la città di nascita (Londra). L'esterno di proprietà dell'Arsenal farebbe salire a tre elementi la "colonia" inglese in giallorosso, andando così a eguagliare il numero degli spagnoli attualmente in rosa (Villar, Carles Perez e Borja Mayoral); ma il mercato di gennaio potrebbe stravolgere questi equilibri, dato che l'attaccante ex Real e il centrocampista ex Elche hanno richieste in patria e non solo.

Tre furono anche i tedeschi che vestirono la maglia della Roma tra la fine degli Anni 80 e l'inizio dei 90: su tutti Rudi Voeller, centravanti dei giallorossi tra il 1987 e il 1992; nel corso del quinquennio all'ombra del Colosseo, il "Tedesco volante" giocò prima con due connazionali di nome Thomas. Prima Berthold, tra il 1989 e il 1991, poi Haessler; quest'ultimo rimase per altri due anni dopo la partenza di Voeller. Rimanendo nel nostro continente, tra il gennaio e il giugno 2016, i bosniaci Pjanic e Dzeko furono raggiunti dal difensore Ervin Zukanovic; anche lui aveva mosso i primi passi nello Zeljeznicar, proprio come Edin. Poco prima, Kostas Manolas aveva diviso per una stagione (2014-15) lo spogliatoio con altri due greci: Torosidis e Holebas. Andando indietro nel tempo di oltre sessant'anni, nella Roma che retrocesse in B e subito tornò nel massimo campionato militavano i tre svedesi Sune Andersson, Knut Nordahl e Sundqvist; un paio di stagioni più tardi, sarebbe toccato a un altro Nordahl, Gunnar, e al connazionale Selmosson.

Il legame tra la Roma e il Brasile affonda le sue radici nel tempo: Da Costa e Sormani furono tra i pionieri della scuola verdeoro; una scuola i cui massimi esponenti sono stati Falcao e Cerezo, registi, menti e fuoriclasse della Roma Anni 80; Toninho raggiunse il Divino alla corte di Liedholm subito dopo la vittoria del secondo Scudetto, ma purtroppo (complici i problemi fisici di Paulo Roberto) i due giocarono poco insieme. Meno di quanto tutti i tifosi avrebbero sperato, sicuramente. Insieme vinsero però una Coppa Italia e raggiunsero la finale di Coppa dei Campioni. Scusate se è poco. Il Brasile fu protagonista anche nel terzo Scudetto: Aldair, Cafu, Zago, Emerson e Assunçao furono - chi più, chi meno - protagonisti in quella cavalcata. Tanto verdeoro anche nella prima Roma spallettiana, con Doni, Julio Sergio, Juan, Cicinho, Taddei e Mancini che nel corso di quei quattro anni si sono alternati e supportati. Così come i più recenti ex, Juan Jesus e Bruno Peres, hanno aiutato nell'ambientamento Ibañez e Fuzato, attualmente nella rosa di Mou.

L'Argentina non è stata da meno: nel tricolore del 2000-01 Batistuta e Samuel furono delle colonne; decisivo nel convincere il Re Leone a trasferirsi in giallorosso, il connazionale Abel Balbo, che proprio nell'estate del 2000 tornò a Roma dopo due anni a Firenze. Giocò poco, ma fu un uomo spogliatoio fondamentale per la squadra di Capello. Si parlava tanto in spagnolo anche nella primissima Roma americana, quella allenata da Luis Enrique nel 2011-12: Nicolas Burdisso, già in rosa, fu raggiunto da Heinze, Gago, Osvaldo e Lamela. Una colonia talmente ampia che spinse Totti a ironizzare: «Si sente parlare più in spagnolo che in italiano». Nel 1960-61 la Roma ricompose la coppia dell'Uruguay del "Maracanazo", prendendo Pepe Schiaffino dal Milan e affiancandolo ad Alcides Ghiggia, all'epoca capitano giallorosso. Per loro una sola stagione assieme, ma è quella in cui vincemmo la Coppa delle Fiere. Molto meno memorabile, spostandoci nel continente africano, la coppia ivoriana Gervinho-Doumbia nel 2015: reduci dalla vittoria in Coppa d'Africa, a Roma non incidono assieme.