Sarà perché il famoso romanzo di Cervantes, connazionale del direttore sportivo della Roma, Ramon Verdejo Rodriguez, ispira il gioco di parole, sarà perché oltre all'assonanza non si può non riconoscere coerenza a un uomo come Monchi, che il credito internazionale se l'è tutto guadagnato sul campo a Siviglia, sarà perché questa sua direzione è stata per certi versi ostinata e contraria da quando è arrivato nella Capitale.

Un dato è certo: quella del ds della Roma appare davvero una battaglia contro i mulini a vento, se è sotto gli occhi di tutti (specialmente dopo i dodici gol subiti in tre partite, una vinta, una pareggiata e una strapersa), anche del più feroce sostenitore di Di Francesco, che al di là dei discorsi tattici e tecnici bisogna fare qualcosa. Perché Eusebio non è riuscito a curarla questa squadra, né ha dato mai dimostrazione di esser convinto che fosse davvero guarita. Ma Monchi-Don Chisciotte è andato avanti.

Fosse anche un sogno matto, perché ha chiarito, il ds, che il suo destino non è legato a quello di Di Francesco: «Resterò a lungo alla Roma», ha detto ultimamente anche per mettere a tacere le voci di offerte dall'estero. Ci crede ancora. Forse è il solo, ma non è questo un buon motivo per decidere di mollare.
È stato lui a scegliere Eusebio Di Francesco come guida tecnica della Roma, essendosene innamorato ai tempi del Sassuolo quando ancora la squadra giallorossa non era nei suoi programmi né nei suoi sogni.

È con lui che ha fatto la squadra, che nel computo di decine e decine di movimenti di mercato in due stagioni ha acquistato giovani di livello e ha toppato qua e là, in alcuni casi anche parecchio. È stato Monchi a confermare sempre l'allenatore. In ognuna delle "crisi" della Roma di queste quasi due stagioni che, al netto dello straordinario risultato ottenuto in Champions League nella passata stagione che ha riportato la Roma tra le prime quattro squadre d'Europa dopo 34 anni, hanno avuto il minimo comun denominatore dell'alternanza dei risultati e delle prestazioni. E non ci sono Strootman o Nainggolan (ceduti per volere di tutti, anche del tecnico) che tengano, in questo senso. Perché questa squadra ne ha rimediate di figuracce anche nella passata stagione. Che da settembre, però, sembrano diventate una malattia cronica incurabile. Perché se è quasi incurabile subire un'altra rimonta, da 3-0 a 3-3, è (quasi) incurabile un sette a uno.

Ma Monchi, con il benestare del presidente Pallotta, che gli ha dato carta bianca e non ha intenzione di invadere l'area della direzione sportiva, è rimasto sempre convinto che Eusebio Di Francesco sia la soluzione. Né ci sono stati innesti per tamponare o migliorare la situazione, perché «non ha senso comprare tanto per comprare» e perché la Roma ha già investito tanto in estate e i rubinetti sono chiusi al momento. Avanti così, quindi secondo Monchi. Contro tutto e tutti. Anche contro il Milan. Anche oltre, forse, fino alla fine, o semplicemente a fine stagione.

Con tante scuse sparse in giro per le figuracce e per la figuraccia delle figuracce. Sette a uno non esiste. Avanti, però. Senza passi indietro. Una lettura della realtà con altri occhi, forse, rispetto ai tanti razionali Sancho Panza che lo circondano in città. Non ci resta che sperare che in questa visionaria ostinazione ci sia la soluzione per la Roma, per scrivere una fine diversa di un nuovo romanzo italo-spagnolo che intitoleremo un giorno Monchisciotte. Per la Roma.