«Voi parlate di titoli, noi parliamo di tempo, di lavoro, di progetto, parliamo di migliorare: i titoli arriveranno». Si poresentava così, l'8 luglio scorso, Josè Mourinho: al Campidoglio, nella sua prima conferenza da allenatore della Roma, lo "Special One" metteva subito in chiaro le cose: «La proprietà non vuole un successo isolato; vuole arrivare in alto e rimanerci, ma questo è più difficile. Siamo totalmente d'accordo nel costruire un progetto sostenibile». Parole da pompiere, verrebbe da dire, perché fin da subito il portoghese aveva capito i rischi del vivere su delle costanti montagne russe emozionali, date dai facili entusiasmi e dagli altrettanto immediati abbattimenti. Il suo arrivo, la scorsa estate, ha scatenato la fantasia dei tifosi e di molti addetti ai lavori, ma Mou - da tecnico navigato e vincente qual è - aveva avvertito: «I titoli potrebbero essere una promessa fin troppo facile, ma la realtà è un'altra». La realtà, a cui avrebbe fatto riferimento subito dopo, era quella di una Roma reduce da un settimo posto (ottenuto per il rotto della cuffia e con fin troppi brividi) in Serie A, a sedici lunghezze dalla quarta. A questa squadra, che ha perso Spinazzola per un grave infortunio e Dzeko causa mercato il 10 agosto, sono stati aggiunti Viña e Abraham. Operazioni «di reazione», così le definiva il cinquantottenne di Setubal a fine agosto, ma che non potevano da sole risolvere i tanti problemi evidenziati dai giallorossi nella stagione precedente. A molti la situazione, in quel preciso momento, sembrava rose e fiori, ma José riportava tutti alla realtà.

«Umiltà»

Cinque vittorie nelle prime cinque gare stagionali, ed ecco che José richiamava tutti all'ordine, tenendo i piedi ben saldi a terra: «Cinque vittorie non sono cinquanta: non c'è ragione di essere ultra-positivi. Ovviamente i tifosi sono felici, ma dobbiamo essere equilibrati, capire che è un processo e che stiamo lavorando soltanto da due mesi». Parole che risalgono alla vigilia di Roma-Cska Sofia, datate 15 settembre. Alla prima battuta d'arresto, contro il Verona, l'allenatore tornava a parlare di «mercato fantastico, ma di reazione: ancora ci manca qualcosa». Alla vigilia di Roma-Udinese, quando gli veniva chiesto se uno tra Cristante e Veretout possa riposare, Mourinho faceva presente che «Ci sono squadre che hanno due calciatori dello stesso livello per ogni ruolo, ma per noi non è così, soprattutto in alcune zone del campo». Quello stesso giorno, ribadiva: «Se non avessi dovuto lavorare tanto, i Friedkin mi avrebbero fatto un contratto di tre mesi, non di tre anni. Qui è troppo facile entrare nella dinamica dell'euforia e della depressione: lasciateci tranquilli, perché ci sono squadre che l'anno scorso hanno dato 20 o 30 punti alla Roma».

Dal Bodø in poi

Subito dopo la disfatta di Conference contro il Bodø/Glimt, José lanciava a suo modo una provocazione, che però non è priva di verità: «La colpa è solo mia, ma la loro prima squadra evidentemente è più forte di chi ha giocato dall'inizio oggi. Ci sono tanti limiti: abbiamo 13-14 giocatori, gli altri sono un'altra cosa. Se potessi far giocare sempre gli stessi lo farei, ma è rischioso. Forse ho sopravvalutato la qualità dei miei».
L'ennesima affermazione di pragmatica onestà: forse scomoda, ma necessaria. Ne seguivano altre nelle settimane seguenti. Perché forse sarà banale, ma il proverbio per cui "Roma non è stata costruita in un giorno" è sicuramente veritiero. A maggior ragione se intervengono Covid, infortuni e decisioni arbitrali inspiegabili (per usare un eufemismo). Dopo la sconfitta con l'Inter: «Già in condizioni normali ci sono superiori, così sono molto più forti di noi. L'anno scorso ha fatto 29 punti in più di noi, che avevamo una situazione molto limitata». Non è un modo per scaricarsi le responsabilità, come qualcuno tra i più maliziosi ha suggerito: si tratta soltanto di guardare in faccia la realtà, evitando di prendere in giro i tifosi. Si scrive onestà, si legge José Mourinho.