Si presentò con quel tiro astuto ai tifosi romanisti, ben calibrato e rasoterra, a passar sotto la barriera e non sopra, alla prima partita in giallorosso, la prima per lui e per Di Francesco. Aleksandar Kolarov uscì a braccia alzate quel 20 agosto 2017 dallo stadio Azzurri d'Italia, la Roma vinse grazie a quel pezzo di bravura. Poco più di 500 giorni dopo, il serbo tornerà in quello stadio per una partita delicatissima, il primo di una lunga serie di spareggi in chiave Champions che la Roma si vedrà costretta a giocare da qui alla fine del campionato. Di segnare non ha mai smesso e nessuno, tra i giocatori dei reparti difensivi del campionato di serie A, tiene i suoi ritmi, facendo riferimento a tutte le partite di serie A da quando Kolarov è arrivato alla Roma: tra gol e assist, il serbo ha messo la firma finora su 17 reti (7 gol e 10 assist), stracciando il secondo della classifica, il torinista Lorenzo De Silvestri, fermo a quota 11 (6+5). Al terzo posto lo juventino Alex Sandro a 10 (4+6), poi Florenzi con 9 (3+6) e l'atalantino Toloi, che ha messo lo zampino su 8 reti realizzando però sette assist e una sola rete.

Tra i marcatori puri, l'interista De Vrij ha segnato quanto Aleksandar, sette reti, ma ha un solo assist al suo attivo. C'è poi un'altra classifica in cui Kolarov primeggia ed è quella dei gol dei difensori su calcio piazzato (su azioni dirette, e quindi sui tiri in porta, e indirette, e quindi deviando in porta cross o tiri): sono stati già quattro in questo campionato. Due rigori, con Inter e Torino in casa, su punizione diretta con la Lazio e indiretta col Cagliari (con la leggera deviazione di Cerri). Seguono Acerbi, l'atalantino Mancini, Fazio e Ferrari. Il bottino del serbo ha fatto lievitare quello generale della Roma, di gran lunga la squadra che meglio sfrutta i calci da fermo: sono stati ben quattordici i gol fino a oggi (segue la Juventus a dodici), nella tabella declinata da Opta potete gustarvi ogni dettaglio.

Acquietati gli statistici, raccontare uno come Kolarov solo attraverso i numeri significa fare un torto a quello che il serbo rappresenta per la Roma e per Di Francesco. Anche recentemente l'allenatore s'è sperticato in lodi nei confronti di quello che nel bene e nel male forse meglio rappresenta il suo tipo di calcio: perché è vero che è un difensore, ma è sempre proiettato all'attacco, perché correr dietro agli avversari non gli viene benissimo, perché è uno sempre presente che non si fa mai male e soprattutto si allena con l'applicazione di un soldato e anche quando si fa male, tipo quando si fratturò al mignolo del piede sinistro, non rinuncia a dare la propria disponibilità e gioca anche fratturato (accadde col Frosinone il 26 settembre). Per Di Francesco insomma è «l'esempio che tutti i giovani dovrebbero seguire, per come gioca e come si allena». La leggenda vuole che si sottoponga anche a sedute di allenamento supplementare al di fuori degli impegni con la Roma e la sua crescente condizione atletica a dispetto dell'età (ha compiuto 33 anni a novembre) sommata al fatto che praticamente non abbia mai sofferto da quando è alla Roma infortuni muscolari, lo lascerebbe credere. Ma forse è semplicemente un professionista serio che contempera le sue esigenze personali con quelle del lavoro che svolge.

Il rispetto per la sua professione gli viene dagli anni giovanili, come ha già raccontato in qualche intervista assai personale sull'infanzia e la maledetta guerra che ha vissuto, annunciata da un bombardamento che scosse le fondamenta della sua casa di Belgrado mentre era intento a seguire in televisione una serie tv spagnola con la mamma. E non ha mai dimenticato quando vide sopra la sua testa un aereo precipitare in fiamme. La durezza di quei giorni lo ha formato, il resto lo facevano i "sobri" divertimenti familiari: «Con mio fratello - ha raccontato a The Players Tribune - per vedere chi aveva più coraggio a volte ci prendevamo a testate correndo da una parte all'altra di una stanza: una volta gli ruppi una spalla per il contraccolpo». Così quando c'era da allenarsi sopportava ogni carico, facendo sempre un giro in più rispetto a quello che gli veniva chiesto.

Forse sorride poco ed è facile legare la sua espressione seriosa con il retaggio della guerra che ha vissuto da bambino. Di sicuro non ha paura di nessuno sul campo e non ama le vie diplomatiche neanche quando viene intervistato. In molti non hanno preso bene il suo sfogo più recente, alla vigilia della partita di Champions col Real Madrid: «I tifosi sono liberi di contestare, ma evitino di parlare di tattica perché non ci capiscono niente. Io amo il tennis, ma non mi permetterei mai di dire a Djokovic come dovrebbe giocare solo perché è serbo come me». È stato questo il suo modo di reagire alle critiche che gli sono piovute addosso viste le insufficienti prestazioni di inizio stagione, quando ha dovuto smaltire il supplemento di fatica e soprattutto la delusione del mondiale con la Serbia. Ma poi è anche capace di grandi slanci, come quando è corso ad abbracciare il dottor Del Vescovo dopo il gol al Toro, evidentemente bisognoso di conforto per motivi personali che resteranno privati, ma che la dicono lunga sull'anima del giocatore. Un esempio per tutti.