Mourinho lo ha ribadito in più di un'occasione, da quando siede sulla panchina della Roma: la rosa è corta. O meglio: non lo è numericamente, ma i ricambi non sono all'altezza dei titolari. Lo ha detto fin dalla sua prima conferenza stampa, a inizio luglio, quando il mercato era ancora aperto. La ha ripetuto il 26 agosto, dopo la vittoria per 3-0 sul Trabzonspor nel ritorno del playoff di Conference League. I giallorossi venivano da tre successi di fila, ma il portoghese avvertiva: «Se guardo la panchina - le sue parole quel giorno - ci sono ruoli in cui facciamo un po' di fatica a essere competitivi ad alto livello». Un concetto, questo, sul quale il cinquantottenne di Setubal ha battuto spesso: un po' per smorzare i facili entusiasmi iniziali, un po' per ricordare come questo progetto sia nato sotto la parola chiave di "tempo". Alla vigilia della sfida con l'Udinese, successiva al primo ko stagionale a Verona, José rispondeva così a chi gli chiedeva notizie in merito alle condizioni di Cristante e Veretout, sempre utilizzati fino a quel momento: «Ci sono squadre che possono pensare di cambiare qualche giocatore; per noi è più difficile, soprattutto in alcune posizioni del campo». Alla precedente domanda («Calafiori rimane un'idea valida per la fascia sinistra?»), aveva replicato: «È valido, ma ha bisogno di tempo perché ha 19 anni e ha poche partite di Serie A sulle spalle. Magari gli altri allenatori delle squadre più forti in Italia direbbero di no, perché hanno 2 giocatori esperti per ogni ruolo». Quindi, dopo la sconfitta contro la Juventus di domenica scorsa, aveva suonato un altro "campanello d'allarme": «Ci sono panchine e panchine in Serie A. Oggi abbiamo giocato con Karsdorp che è stato in dubbio fino all'ultimo. E i difensori che avevo in panchina erano Reynolds, Kumbulla e Calafiori».

Infine, le frasi rilasciate dopo la batosta in terra norvegese: Mou si è preso tutte le responsabilità dell'accaduto, mettendo in risalto come la formazione titolare del Bodø/Glimt sia superiore alle seconde linee giallorosse. «Conoscevo i limiti - ha detto - di qualche giocatore, ma mi aspettavo una risposta migliore. Se potessi giocare sempre con i soliti lo farei, ma è rischioso. Forse ho sopravvalutato la qualità dei miei».

Il precedente del 2009

Dichiarazioni, queste ultime, che hanno ricordato quelle del 4 marzo 2009, quando la sua Inter perse 3-0 in Coppa Italia in casa della Samp. Mou lasciò fuori Julio Cesar, Maicon (entrato a inizio ripresa), Samuel, Chivu, Cambiasso, Stankovic, Figo e Ibrahimovic e ai blucerchiati bastò un tempo per segnarne tre. «Quando non ci sono tutti - disse quel giorno - la squadra non ha la stessa qualità; d'altro canto è umanamente impossibile giocare tutte le partite. Però, visto che spesso mi viene chiesto perché non giochi quello o quell'altro, ora forse si è capito».
Anche un anno e mezzo fa, al Tottenham, parlando dei tanti impegni tra campionato e Champions, il tecnico portoghese ammise senza fronzoli: «Ci sono calciatori ultra-affaticati, ma non siamo in condizione di stabilire priorità tra una competizione e l'altra. Ovviamente vogliamo vincere, ma dobbiamo trovare un modo per mettere i giocatori nelle migliori condizioni possibili». Insomma, per essere competitivi su due o più fronti, ci vogliono ricambi all'altezza: al momento Mou non li ha.