Ci sarà mai andato Falcão a Wimbledon? Chissà. Ma mica da spettatore: magari ci ha giocato, in un'altra vita. D'altronde con quell'eleganza per il calcio sei quasi sprecato. Di sicuro c'è che per Falcão, a Wimbledon, qualcuno si è alzato in piedi e si è fatto il segno della croce. È quello che succede quando, nel rapporto strettissimo tra un atleta e il suo preparatore atletico, si inserisce l'amore per la Roma. Che è contagioso, tanto da portare il più forte tennista giapponese a venerare il Divino. Marco Panichi è da poco più di un mese (perché prima lo è stato di tanti altri) il preparatore atletico di Novak Djokovic. Uno dei tennisti più forti al mondo, che ha fatto proprio della prestanza atletica uno dei suoi punti di forza. È nato a Monterotondo e ha iniziato come calciatore in una squadra biancoviola in cui ha iniziato anche il Capitano della Roma. Un giorno si è ritrovato nemmeno diciottenne nel mondo del tennis e da lì ha fatto strada, così tanta che ha visto Federer colpire palline gialle tra un «Questo è Totti!» e un «Piate 'sta fettuccina». Ma quando tifi la Roma cambia poco se hai un ruolo di responsabilità: «Se gioca la Roma si ferma tutto». Un po' come per i tennisti argentini a Wimbledon durante i Mondiali di calcio, chiusi nella "sala di sopra", dove c'è il maxischermo. E dove, se ci sono anche Marco e il suo amico Claudio Pistolesi, può capitare di imbattersi in un cinese con la faccia dipinta di giallorosso. Novak non tifa ancora Roma, ma è probabile che nel giro di poco lo farà.

Marco, sei un malato di tennis o un preparatore che ha incontrato il tennis?

«Io da ragazzino ho sempre giocato a pallone, nell'Ostiamare».

Dove ha iniziato De Rossi.

«Certo, suo padre era il mio idolo perché io ero più piccolo, era il primo di mia conoscenza che faceva il salto nel professionismo. Poi da lì sono andato al Perugia nel 1980».

L'anno dopo che arrivò secondo in Serie A.

«Esatto. E comprarono Paolo Rossi, un altro mio idolo. Feci tutta la preparazione con l'allenatore Castagner. Eravamo gli Allievi e facemmo tutta la preparazione con la prima squadra, stupendo. Al tempo c'era il cosiddetto cartellino a vita, l'Ostiamare chiese un'enormità al Perugia e non mi presero».

Ruolo?

«Centravanti o ala. Ero già alto un metro e ottantacinque, ma mi piaceva anche giocare sulla fascia e correre, correre… Ero innamorato di Rocca da piccolo, forse è il motivo per cui poi sono diventato preparatore atletico. Per me lui rappresentava l'espressione fisica alla massima potenza. Ricordo una sua partita in Nazionale: contro l'Olanda del calcio totale andava a pressare i difensori e faceva avanti e indietro su quella fascia. Volevo essere come lui».

Come avvenne il passaggio al tennis?

«Giocavo all'Almas, c'erano Giannini ed Eritreo. Anche lì ebbi qualche problema di cartellino e mio padre, che era dirigente di una società di atletica, mi disse basta. Avevo sedici o diciassette anni. Uno degli allenatori già stava nel tennis, era un maresciallo della Guardia di Finanza, un giorno mi disse: "Tu! Domani, con me, al circolo. Alleni i ragazzini". In quel momento scattò l'amore per il tennis. Seguivo il tennis, erano gli anni di Panatta e Barazzutti, della Coppa Davis vinta in Cile con la maglia rossa come gesto di sfida a Pinochet.»

Panatta romanista.

«Panatta romanista, di sinistra. Fu lui a imporre agli altri azzurri di giocare con le magliette rosse. Corrado Barazzutti mi ha raccontato che quando decisero di giocare poi non poterono uscire di casa».

Dicevamo: domani alleni i ragazzini.

«E due giorni dopo ero totalmente rapito dal tennis. L'odore delle corde con l'olio dentro e del collante per il pelo delle palline. Una droga. E non avevo mai preso una racchetta in mano. Da lì ho avuto la fortuna che due ragazzini sono diventati importanti e hanno iniziato a viaggiare in tutto il mondo. Io sono stato uno dei primi preparatori itineranti: i giocatori un tempo viaggiavano da soli o con l'allenatore. Ma quando stai fuori un mese il preparatore te lo devi portare».

C'è il doping nel tennis?

«Ci sono dei controlli pazzeschi. Ogni giorno i giocatori devono comunicare alla Wada dove stanno. Se cambi il programma devi telefonare o mandare una mail per dire che sei da un'altra parte. Se non ti rintracciano per due volte c'è lo stop per due mesi. Devi dare un'ora al giorno in cui sei reperibile per un controllo, di solito si dà le sei di mattina perché si sta a casa dormendo. Ma se arrivano e non ci sei sono dolori. Per un giocatore ci sono venti-trenta controlli a sorpresa in media all'anno. Un giorno Nadal era in barca con gli amici e gli agenti della Wada andarono a casa in un orario non prestabilito: fu costretto a tornare».

Quanto si allena Djokovic?

«Questo periodo, che è fermo, si allena due ore e mezza la mattina, poi riprendiamo altre due ore nel pomeriggio. Quando gioca aumentiamo di un'ora e mezza la mattina e altrettanto il pomeriggio. Più ci si avvicina al torneo più ci si allena in campo, ovviamente».

Quindi anche nel tennis si gioca troppo.

«Sì, adesso sì. Non c'è scelta: se non giochi perdi punti. E se non stai tra i primi dieci in classifica, rischi che in un torneo importante trovi una testa di serie al terzo turno invece che in semifinale. È tutto un circolo virtuoso o vizioso, a seconda se ci stai dentro o fuori. Però dopo la carriera fisicamente stanno molto meglio rispetto ai calciatori, tant'è che fanno tutti ancora i tornei. McEnroe gioca da dio».

McEnroe un po' il Falcão del tennis.

«Io allenavo il numero uno giapponese, Takao Suzuki. Ha passato talmente tanto tempo a Roma che ha iniziato a dire "Venga dotto'!" e cose del genere. Io e il maestro di tennis, Claudio Pistolesi, gli avevamo inculcato il culto di Falcão. Gli dicevamo: quando senti il nome di Falcão ti devi alzare in piedi e fare il segno della croce. Quel figlio di buona donna, mentre stava giocando a Wimbledon, ci passava accanto e ci diceva "Falcão!". E noi ci dovevamo alzare nel mezzo dello stadio e farci il segno della croce».

Essere tifosi romanisti nel mondo del tennis.

«Se gioca la Roma per noi si ferma tutto. Nelle cosiddette players lounge abbiamo pitturato chiunque di giallorosso, potevi entrare e trovare un cinese con scritto "Lazio m..." in fronte coi pennarelli. Io e Claudio facciamo un casino. E chi s'allena con noi diventa romanista. Djokovic lo sto già iniziando a martellare».

E Federer?

«È romanista, ma davvero. Quando s'allena e colpisce la pallina invece del classico sbuffo ti dice "Questo è Totti!" o "Piate 'sta fettuccina!"».

Il calcio viene prima.

«Gli argentini sono tutti stratifosi. Il bello è durante i Mondiali, che capitano quasi sempre durante Wimbledon. La sala di sopra di Wimbledon è il delirio, quando c'è Argentina-Italia si ferma tutto. Quando l'Italia vinse i Mondiali con la Francia stavamo lì».

Come sono considerati gli Internazionali?

«È un appuntamento molto importante. I tornei Master 1000 sono un gradino subito sotto gli slam e sono solo dieci. Roma c'è. Tra l'altro, è un torneo obbligatorio, i giocatori devono farlo per forza. E da quando è diventato sia maschile che femminile prende dieci giorni da fine settimana a fine settimana».

Tu hai allenato anche donne.

«Sì, è molto diverso rispetto ad allenare uomini. Le tenniste all'età di dodici-tredici anni iniziano a girare il mondo da sole. Le più fortunate vanno col padre, chi se lo può permettere va con l'allenatore. Di solito non hanno amiche, non hanno vita sociale... Diventano tutte macchine da guerra. Si appoggiano molto allo staff, tant'è che con le atlete spendiamo molte più energie fuori dal campo che in campo. È difficile per noi far sì che abbiano una vita normale: organizziamo il cinema, il museo, il giro in mongolfiera... Flavia Pennetta è un'eccezione, un'altra categoria, infatti è amiche di tutte».

Ma non stanno mai a casa.

«Questo vale sia per gli uomini che per le donne: se ci stai un mese l'anno è grasso che cola. A volte il periodo di "vacanza" non lo si può passare a casa perché, se c'è un clima diverso da quello del paese in cui si disputa il prossimo torneo, bisogna trasferirsi in uno con delle temperature simili. Non ci sono punti fermi».

Addio famiglia.

«Chi si può permettere di portare la famiglia in giro lo fa. E se puoi pagare tre baby-sitter per figlio ti puoi concentrare ventiquattro ore, ma ci sono atleti che vivono di tennis senza essere ricchissimi e stanno un mese in stanza d'albergo con la famiglia mentre fanno un torneo. Sono sacrifici».

Che dici di Darcy Norman?

«L'ho conosciuto a Trigoria, una persona squisita. Segue il cosiddetto metodo Boyle. È un professionista serio ragazzi. Non conosco bene la situazione, ma so che da preparatore che era prima si è messo a fare il recupero e ora la prevenzione. L'importante è che ci sia una gestione coordinata, al giocatore deve arrivare un messaggio univoco dai professionisti che lo affiancano. Mi rendo conto di quanto sia difficile seguire più di venti giocatori. Noi fatichiamo a seguirne uno. Un problema muscolare, per noi, è una disgrazia. E negli ultimi quindici anni i miei avuti ne hanno avuti zero. Sembra un paradosso, ma noi durante le competizioni alleniamo i muscoli meno utilizzati, per non caricare troppo quelli funzionali». 

Le macchine sono importanti?

«Eccome se servono. Che io dica a un atleta che sta al 70% delle condizioni è un conto. Se glielo dice una macchina con un riscontro oggettivo è diverso. Le canottierine Gps che vedete ai giocatori della Roma in allenamento e in partita ormai ti dicono tutti: chilometri, velocità, sforzo metabolico… Si riduce di parecchio l'interpretazione e ci si affida ai dati empirici. Ovviamente, dipende da giocatore a giocatore. È normale che atleti più affermati in allenamento diano meno e poi nella competizione siano dei mostri».

Giocatore della Roma preferito.

«Rocca e Falcão già te li ho detti. Sarà deformazione professionale, ma Scarnecchia di Liedholm. Scarnecchia di Liedholm con la palla faceva 11' netti. Un cavallo pazzo, partiva e non gli stavano dietro».

Se Djokovic sta in finale a Wimbledon e la Roma gioca una finale di Coppa?

«Me lo domandi pure?».