Chissà che non si riveli così sconfitta. Che, sia chiaro, è arrivata inaspettata, brucia, fa male, spezza per il momento un sogno durato sei partite capaci di restituirci sorrisi e pensieri proibiti. Ma quello che vogliamo dire, è che qualche volta sbattere il muso, pure duramente, può rivelarsi producente in chiave futuro. Perché è dagli errori che si impara e ieri, al Bentegodi, di errori tutta la Roma ne ha fatti una vagonata, a cominciare dalla sensazione di una squadra scesa in campo con la convinzione che alla fine i tre punti se li sarebbe portati a casa. Ci eravamo (chi scrive per primo) esaltati fino a sognare dopo i primi cinquecentoquaranta minuti della stagione d'esordio dell'era mourinhana. Vittorie, gol, partenza con manita in Conference League, primo posto in classifica, un calendario, in campionato e in Europa che alimentava sogni. Il risultato era stato che il tutto sembrava fatto apposta per aumentare l'entusiasmo. Tutto bello. Troppo, probabilmente. E Mourinho nel corso delle conferenze stampa prima e dopo le partite, qualche allarme, qua e là, lo aveva fatto suonare. Nessuno (e ribadiamo chi scrive per primo) lo ha sentito. Eppure contro la Fiorentina in vantaggio di un gol e di un giocatore si era andati in sofferenza. Contro i turchi nel preliminare qualche apprensione difensiva si era vista. Il Sassuolo era stato battuto al termine di novanta minuti che si sarebbero potuti concludere con il risultato opposto. Insomma i segnali d'allarme lanciati da Mourinho, chi voleva avrebbe potuti vederli anche in campo. Nessuno, o quasi, ha voluto.

Soprattutto dimenticando troppo in fretta da dove arrivava questa Roma. Settimo posto in classifica, diciannove punti distanti dalla qualificazione in Champions, una stagione tra più bassi che alti, neppure la semifinale di Europa League aveva potuto darle un senso positivo. Da qui la Roma è partita, ma ce lo siamo dimenticato in un batter di Mourinho, travolti dall'arrivo sulla nostra panchina di un allenatore planetario, uno che quando parla lo stanno a sentire in tutto il mondo, un tecnico che si è presentato da queste parti con una bacheca ricca di venticinque trofei. Ci era sembrato che fosse stato sufficiente il suo arrivo a Trigoria per azzerare o quasi quello che era stato. La fatal Verona ci ha dimostrato che non può essere così. Che le squadre si costruiscono con scelte giuste, pazienza e tempo. Che la poca profondità in panchina in certi ruoli, non può che essere un problema con cui, prima o dopo, bisogna fare i conti. Che bisogna sempre stare sul pezzo e non pensare mai, ma proprio mai, che le vittorie arrivino per grazia divina.

Verona, in questo senso, è arrivata a sbatterci in faccia tutto questo, sperando che ora lo schiaffo preso faccia ricordare a tutti da dove, appunto, è partita questa Roma. Cosa che nelle settimane passate in più di un'occasione Mou ha cercato di ricordarci. Se lo faremo, sarà più semplice rialzarci da questa brutta caduta. Soprattutto se si riuscirà a rimanere calmi e a non lasciarsi andare a quei catastrofismi che, fin troppo spesso, in passato ci sono costati lunghi periodi bui. Abbiamo perso una partita, sì contro il Verona che finora aveva visto sempre gli altri vincere, sì nessuno se lo aspettava, ma questo non fa rima con Caporetto come, sicuramente, qualcuno proverà a sostenere. Sarà fondamentale, adesso, rimanere tranquilli, nei limiti del possibile, per ripartire da quello che di buono comunque è stato fatto nelle prime sei partite ufficiali. E di buono c'è stato più di qualche cosa. C'è l'immediata necessità di scrollarsi di dosso questo ko che deve essere in qualche modo costruttivo. Anche perché il calendario non concede soste, giovedì prossimo si tornerà in campo in campionato, poi domenica non c'è bisogno neppure di ricordarlo.

Ora ritocca a Mourinho trasmettere tutto questo alla squadra. Con il suo carisma, il suo passato, le sue capacità dialettiche che sanno sempre cogliere le corde giuste. Siamo sicuri che il portoghese già sa quello che dovrà fare e dire per rilanciare la sua e la nostra Roma. Ne siamo sicuri perché lui è stato l'unico che aveva capito la trappola Verona prima che si materializzasse per tutti noi. Tocca al portoghese far ripartire una squadra che sta cercando di costruire. Del resto non si poteva pensare che fossero tutte rose e fiori, soprattutto ricordando quelle che erano state le ultime due stagioni. Non si poteva risolvere tutto in poche settimane. Non si poteva, per esempio, curare subito i buchi neri a cui va incontro la Roma da anni, come quello di ieri a Verona, tre gol incassati nei venti minuti iniziali di una ripresa cominciata in vantaggio grazie a un capolavoro di Pellegrini. Diamogli e diamoci tempo. Solo così ripatiremo. I primi a capirlo sono stati i tifosi presenti al Bentegodi. Che alla fine hanno applaudito la squadra. Ci uniamo agli applausi.