I più accaniti nemici del fatalismo dovrebbero provare a spiegarcelo, il derby del 6 dicembre 2009. Ma anche in quel caso, non riuscirebbero a convincerci del fatto che il "derby di Marco Cassetti" sia stato frutto semplicemente del caso e di una fortunata serie di coincidenze. Perché il destino - anzi, il Destino - non può essere del tutto estraneo a quanto accaduto quella sera di nove anni fa, quando il numero 77 divenne l'eroe per caso, quello che mai ti aspetteresti veder esultare sotto la Curva Sud. Lì ci vedresti bene un Totti, un Vucinic, ma loro ci andranno solo per abbracciare stretto il difensore che s'è fatto uomo della Provvidenza.

Nemmeno dovrebbe giocarla, quella partita, Marco Cassetti da Brescia. È in panchina, accanto a Ranieri, che in campo sulla fascia destra gli ha preferito Burdisso. Ma quando Mexes si fa male alla fine del primo tempo, il tecnico romano (quattro derby su quattro vinti) sposta "el Bandido" al centro e inserisce il numero 77. Non il cambio che pensi possa cambiare la storia di una partita, ma a volte il Destino si diverte a giocare a dadi con il caso. E spesso vince.

Quando mancano 10 minuti alla fine l'impressione è che non ci saranno gol. Non che le occasioni siano mancate, sia da una parte sia dall'altra: al quarto d'ora della ripresa è proprio Marco, con un retropassaggio, a mettere in difficoltà Burdisso. Zarate salta Burdisso, entra in area e calcia: la palla si stampa sul palo e va sui piedi di Mauri che calcia a botta sicura. È gol, anche perché Julio Sergio è a terra. Quel pallone non può non entrare. Ma il portiere brasiliano quell'anno sembra la versione in miniatura di Yashin. Il tiro del numero 5 biancoceleste è potente e centrale, Julio con un colpo di reni compie una parata che è contro qualsiasi legge della fisica e tiene il risultato inchiodato sullo 0-0. Il tavolo perfettamente apparecchiato per il Destino.

Tutto parte da un contrasto tra Totti e Brocchi sulla trequarti offensiva: la palla finisce sui piedi di Brighi, che la appoggia al limite dell'area per Cassetti. Cosa ci faccia lì davanti è materia di studio per i razionalisti e per tutti coloro che non credono nella magia. Marco allarga di prima sulla destra, dove c'è Vucinic, e si butta in area di rigore. Il montenegrino aspetta un secondo o due, quindi crossa in mezzo.

Una traiettoria bassa, ma non rasoterra. Mancini l'avrebbe forse colpita di tacco, Totti probabilmente di collo. Ma Cassetti è un difensore, uno abituato a stare nelle retrovie, uno che - più che a farli - i gol pensa a non subirli.

Al centro ce ne sono sei, ma a colpire il pallone è proprio lui. L'uomo che non t'aspetti, l'eroe per caso. Destro al volo, quasi col polpaccio più che con il piatto. La palla rimbalza a terra e finisce nell'angolino alla destra di Muslera. L'Olimpico esplode, il numero 77 quasi non ci crede. Non sa come esultare, è evidente. Corre verso la Sud, scavalca il primo cordone di cartelloni pubblicitari con un salto, quindi porta una mano all'orecchio in un gesto che ricorda quello di Luca Toni pochi mesi dopo contro l'Inter, in un'altra serata in cui lo stadio tremerà di gioia.

Quindi si ferma, non prosegue la sua corsa verso la Curva. Butta giù i cartelloni, li prende a pugni quasi. Marco è abituato ad abbracciare i compagni e a complimentarsi con loro, ma stavolta è lui il protagonista. È lui ad essere abbracciato: la spalla che diventa prim'attore, il gregario che non doveva neanche giocare e invece ha deciso la gioco, partita e incontro. È la classe operaia che va in paradiso. Come farà anche cinque mesi dopo contro l'Atalanta: un altro gol decisivo nella vittoria per 2-1 che ci regala la testa della classifica. Pochi gol, ma tutti importanti. Perché il Destino spesso si diverte a regalare momenti di gloria a chi di solito sta dietro le quinte: l'eroe per caso che parte dalle retrovie per colpire un pallone, seppure in maniera sporca. L'importante è che vada dentro.