Per accertarsi che la virata messa in atto con l'Inter sia definitiva manca ancora la controprova. Ma il vento sembra essersi incanalato nel verso giusto. Per la Roma come per il suo centravanti attuale. Perché adesso Patrik Schick di responsabilità ne ha una collettiva, oltre che le consuete individuali. La sostituzione di Dzeko - fermo premusimibilmente fino a Natale - non è affare da poco. Ma contro i nerazzurri l'ex doriano è riuscito a svolgere il compito con grande diligenza. Non solo: lo ha fatto con quella "tigna" che poche volte è riuscito a mettere in mostra in precedenza, difendendo palla con il corpo, spizzandola di testa per i compagni, alla Edin. E unendo alla lotta anche il talento di cui è indiscutibilmente dotato in abbondanti dosi.

Tocca quindi a lui caricarsi il peso dell'attacco giallorosso, in una fase che può essere decisiva per sancire l'eventuale rinascita. E a costo di urtare qualche nervo scoperto, si può affermare senza grande timore di smentite che nella prima parte della stagione in corso le spalle di Patrik non sono apparse larghe a sufficienza per sostenere una simile responsabilità. Dodici presenze finora (anche se diverse soltanto negli spezzoni finali di gara) e un solo gol, messo a segno lo scorso 11 novembre contro la sua ex Sampdoria, nel corso di una partita che senza quella realizzazione avrebbe rappresentato l'ennesima delusione di uno scorcio d'annata ben al di sotto delle aspettative.

Eppure il ceco aveva disputato un pre-campionato maiuscolo, segnando praticamente in ogni gara giocata e soprattutto convincendo. Come se l'appendice del finale in crescendo della passata stagione si fosse condensata nel prologo di questa. Invece alla prima occasione utile da titolare, a San Siro col Milan in coppia col suo alter ego bosniaco (in un singolare tridente completato da Javier Pastore), il risultato non è stato dei migliori. Per la squadra come per Patrik, che da allora ha ritrovato il campo soltanto una volta nei successivi due mesi. In casa con il Frosinone, nella partita più agevole del ciclo, quando gli ha fatto posto proprio il numero 9 nell'ambito di un turnover all'epoca non ancora obbligato dall'infermeria.

Ma anche contro i ciociari la stella di Patrik ha brillato poco e nonostante l'ampia vittoria (4-0), anche in quell'occasione l'appuntamento con il primo gol è slittato. Certo, l'inamovibilità di Dzeko non ha giovato alla crescita del ventiduenne, che ha dovuto attendere il suo turno in panchina. Ma quando è stato chiamato in causa al posto del bosniaco ha stentato ancora, questa volta a Udine. Come se l'ombra del fuoriclasse che ha trascinato la Roma nelle ultime stagioni incombesse su di lui.

Sarà un caso, ma da quando la sua presenza in campo è diventata certa (per lo stop forzato di Edin), Schick sembra essersi scrollato di dosso un macigno. Ora sa di essere indispensabile. Forse per questo nella sfida con l'Inter ha fatto "il Dzeko". Una prestazione di sostanza e per la squadra più che per sé. Perfino nell'azione che ha messo in vetrina molti dei pezzi forti del repertorio (progressione, dribbling in velocità, controllo di palla e assist di tacco), ha giocato per il compagno di turno, nella fattispecie Florenzi. Adesso, con maggiore fiducia addosso e un'ottima prova alle spalle, può guardare avanti, verso le partite che sicuramente lo vedranno titolare. A partire da Cagliari e dal ritorno in patria (a Plzen). Dove attendono con ansia il vero Schick. Quasi quanto noi.