Riecheggiano ancora una frase e uno sguardo, nel dopopartita di Roma-Real Madrid, e sono quelli di Santiago Solari, l'allenatore merengue, quando gli è stato chiesto se, alla luce di quello che sta avvenendo quest'anno, ritenesse la sua squadra ancora la principale favorita per la Champions League. La sua risposta è stata preceduta da un bel sorriso sereno: «Non sono io a stabilirlo, sono 116 anni di storia di questa società a dire che siamo sempre i protagonisti in qualsiasi competizione finché non ci sarà qualcuno che avrà vinto più di noi. Ma questo momento è lontano».

È in quel momento che pensi alla differenza tra gli slogan e la realtà, tra quel grido che da noi diventa la nostra stessa speranza («Noi-siamo-la-ROMA!») e quelle parole che sono invece la loro storia. E la storia della Roma invece qual è? Duole dirlo, ma è una storia non (ancora) vincente e per cambiare davvero la mentalità di un sodalizio (espressione migliore forse per definire l'insieme di una comunità, più che la semplice società) non basta un allenatore, un dirigente o un giocatore. Ne ha avuti di bravi la Roma, ne ha e ne avrà. Semplicemente, se non concorrono tutte le componenti e tutte insieme, diventa difficile raggiungere traguardi ambiziosi e si rischia di vivere a sprazzi, a corrente alternata. Un po' come nella sfida al Real Madrid di martedì sera, una partita paradigmatica in questo senso.

La difesa a 3 o a 4

Nella preparazione della partita, Di Francesco ha avuto più di un dubbio. Non solo nella scelta degli uomini (con l'infortunio di Dzeko che poi si è rivelato più grave del previsto o le condizioni di Manolas), ma anche del sistema di gioco. Nel corso dell'allenamento di rifinitura di lunedì ha provato a lungo anche la difesa a tre, ma poi ha scelto di restare sui sentieri conosciuti. In realtà, in un momento complicato come questo preferisce dare qualche conoscenza tattica in più ai suoi giocatori senza confonderli con altre variazioni di sistema. In pratica, vista l'emergenza (di punti e ora anche di uomini) li vuole pronti a tutto, anche a cambiare modulo nel corso della stessa partita. E quindi ha provato fase difensiva e sviluppo sia con la linea a tre sia con la difesa a quattro. Poi ha scelto quella più conosciuta e per tutto il primo tempo ha avuto le risposte che cercava dalla sua squadra, trasformata nella voglia e nelle motivazioni dalla versione più moscia di Udine a quella iperaggressiva col Real. Poi l'intervallo, con gli eventi a cavallo del prima e del dopo, ha cambiato tutto.

La montagna da scalare

Ma che cosa è successo nella mente dei calciatori? Entrare dentro la fragilità quasi endemica della Roma (la squadra regina dei secondi posti, la squadra che ha vissuto Roma-Lecce e Roma-Sampdoria, la squadra di Roma-Liverpool del 1984) non è semplice ed è forse più compito degli psicologi che dei tattici. Quella montagna improvvisa da scalare, che i giocatori si ritrovano davanti quando si rendono conto che la facilità dell'impegno era solo nella loro testa, causa dei blocchi quasi motori nei muscoli dei giallorossi. E così quella gara che mentre tutto sembra concorrere alla costruzione del sogno (nel primo tempo 10 tiri contro 4, di cui addirittura 8 da dentro l'area, contro 1) scivola così bene, diventa improvvisamente difficile da concretizzare se c'è un elemento negativo (l'errore di Ünder proprio nel momento in cui eri sicuro di aver raggiunto la soddisfazione del premio e giusto allo scadere del tempo) e poi addirittura impossibile ad inizio ripresa, dopo che un altro errore (l'inspiegabile retropassaggio di Fazio a Bale) ha sbattuto in faccia ai creduloni che speravano nel sogno la dura realtà. E da quel momento la Roma si è squagliata.

Chi ha avuto modo di sentire le parole di Di Francesco a fine partita, magari cercando di comprendere i concetti tattici espressi sui motivi che hanno portato agli errori che sono costati i due gol, ricorderà che l'allenatore della Roma ha citato la decisione sbagliata di Ünder all'origine dell'azione della seconda rete del Real. Ecco quello che è successo: al 13' del secondo tempo, sulla palla uscita dopo un calcio d'angolo della Roma a sinistra (fotogramma 1), Ünder (uno degli uomini delegati dall'allenatore al recupero del pallone e al controllo delle eventuali ripartenze, solitamente con Florenzi) ha cercato di servire centralmente con una parabola alta i giocatori che stavano andando ad ingaggiare in area i duelli di testa con i madridisti. Che cosa chiede Di Francesco in questi casi? Che la palla venga appoggiata lateralmente, per non correre il rischio di ripartenze che possono essere letali. Il turco aveva due opzioni: Zaniolo, sulla sua destra, o Kolarov, sulla sua orizzontale verso la fascia sinistra. Invece ha scelto la traiettoria proibita (quella rossa), sbagliando la misura. Così Bale (fotogramma 2) ha promosso la ripartenza intercettando di testa il cross basso. Pochi secondi dopo, dalla parte opposta, lo stesso Bale, che ha seguito l'azione che nel frattempo si è sviluppata da sinistra a destra del fronte d'attacco spagnolo, dà un'occhiata (fotogramma 3) al centro dell'area della Roma dove si sono formate due coppie con i romanisti in marcatura: Florenzi e Benzema, Manolas e Lucas Vazquez. Quando il greco si rende conto che è più opportuno che sia lui stesso a marcare il francese, scala all'indietro perdendo completamente il tempo (fotogramma 4) e Florenzi perde il contatto con l'altro attaccante, lasciandolo libero di segnare a porta vuota.

Gli errori tecnici

Eppure nonostante tutte le implicazioni psicologiche, c'è sempre nelle pieghe delle partite della Roma anche qualche altro fattore a complicare le cose. Perché ad esempio tutti hanno sottolineato come la squadra giallorossa sia sparita dopo il gol del vantaggio merengue, ma in realtà nei due minuti successivi al gol di Bale, la Roma ha avuto due importanti occasioni mal sfruttate. La prima confezionata attraverso una bellissima azione manovrata sbloccata da un colpo di tacco a centrocampo di Ünder per Nzonzi, con verticalizzazione per Schick per un 4 contro 2 (illustrato nei fotogrammi) che poteva essere sfruttato molto meglio. E subito dopo, su un corner nato da una pressione altissima, Zaniolo ha avuto sul sinistro la palla del pareggio, respinta da Carvajal. Poi, dopo un'altra manciata di secondi, una percussione respinta ancora del turco a destra ha consentito a Marcelo di mandare con un lancio di 50 metri Bale a tu per tu con Olsen. In 4 minuti due occasioni per parte: quelle della Roma, in casa con i campioni d'Europa, costruite con azioni manovrate e con la squadra in pressione alta; quelle del Real, per un regalo della Roma e in contropiede. Risultato: gol del Real, niente per la Roma. E addosso ai giocatori, come ad ogni spettatore presente allo stadio, quella spiacevole sensazione che ancora una volta la partita si stava mettendo al contrario di quello che si era immaginato.

L'ormai famosa mancanza di attenzione dei giocatori della Roma in alcuni momenti decisivi delle sfide condiziona ormai con troppa facilità i risultati delle partite. E spesso si tende a dimenticare la loro valenza. Subito dopo il gol del vantaggio del Real, ad esempio, la Roma si è trovata a disporre di una favorevolissima situazione di 4 contro 2 come illustrato dai due fotogrammi qui a fianco. Nel primo, Schick conduce l'azione e, ad esempio, non serve subito Kluivert che potrebbe sfruttare la sua velocità per prendere alle spalle Carvajal. Quando finalmente il ceco si decide, non riesce a mettere il pallone sulla corsa a Kluivert, ma lo costringe ad allargarsi facendo guadagnare al difensore spagnolo metri preziosi per chiudere la strada all'olandese.

Gli expected goals

Stavolta il dato dei gol attesi è molto favorevole alla Roma, ed è un'altra beffa che non consola alcun tifoso: secondo il calcolo delle probabilità che un determinato tiro finisca in gol, la squadra giallorossa avrebbe meritato di segnare 2 gol (e spicci), il Real 1,66. E invece è andata al contrario. Ancora una volta.