È vero il calcio del terzo millennio è diverso da quello del secolo scorso. È vero che le partite sono tante e ravvicinate che non si può immaginare di giocare sempre con gli stessi, pena pagare un pedaggio pesante almeno in una competizione. È vero che infortuni e squalifiche possono avere il loro peso nel determinare cambiamenti che magari un allenatore non farebbe con tutta la rosa a disposizione. È vero che la concorrenza all'interno di una squadra può essere solo propedeutica al miglioramento di ciascun giocatore, altrimenti te ne vai a sedere in panchina. È vero tutto quello che vi pare, ma a noi suona comunque strano che nelle diciassette partite ufficiali di questa stagione (tredici di campionato e quattro di Champions), la Roma sia scesa in campo con una formazione sempre diversa. Non sarà magari il caso di riflettere su questo punto? Magari ricordando pure come nella passata stagione, in particolare nella prima parte, i tanti cambiamenti (in coppa Italia contro il Torino Di Francesco ne cambiò dieci) non è che siano stati utili a garantire la necessaria continuità di rendimento?

Tutta la rosa in campo

Escludendo il terzo portiere Fuzato, Di Francesco fin qui li ha utilizzati tutti. Certo, con un minutaggio diverso, ma in ventiquattro (venticinque considerando il poi ceduto Strootman) sono stati schierati nel corso del campionato. La cosa a dirla così potrebbe essere presa anche come una ricchezza, ma il risultato in campo di fatto ha detto il contrario. Sono almeno un paio di stagioni, anzi di più ricordando il Walter Sabatini che ci parlò di doppioni e triploni, che da Trigoria ci fanno sapere di voler costruire una squadra in cui, per ciascun ruolo, ci siano due potenziali titolari. L'idea ha un fascino che non può non essere condivisibile, a patto però che arrivino i risultati. Nel senso che solo vincendo le partite i mugugni, le insofferenze, le delusioni di chi, di volta in volta, rimane fuori, riescono a rimanere nell'ambito ristretto dello spogliatoio. In caso contrario, la conseguenza è che si vedono giocatori andare in panchina con la faccia ingrugnita con tutte le conseguenze del caso, soprattutto se poi nel corso della gara vengono spediti in campo. E questo vuole essere, soprattutto, un dito accusatore verso questi giocatori che, prima di qualsiasi altra cosa, dovrebbero avere il senso di squadra piuttosto che preferirgli l'amor proprio ma soprattutto gli interessi personali. Questo comunque non toglie il fatto che Di Francesco fin qui ha cambiato probabilmente troppo. Proviamo allora a fare un'analisi ruolo per ruolo di quanti giallorossi siano stati utilizzati nel corso di queste diciassette partite ufficiali che come score hanno registrato sette vittorie, cinque pareggi e altrettante sconfitte (quattro in campionato più quella del Bernabeu contro il Real nella prima partita del girone di Champions).

Ruolo per ruolo

Partiamo, ovviamente, dal portiere. Che, peraltro, almeno fino a Udine aveva sempre visto protagonista lo svedese Olsen, titolare indiscutibile sin dalla prima partita a Torino. Sabato scorso, però, un leggero (pare) risentimento muscolare ha costretto Di Francesco al cambio con l'esordio in maglia giallorossa di Mirante. Passiamo all'esterno destro basso. Il tecnico ne ha alternati tre con Florenzi decisamente in vantaggio nelle presenze, ma c'è stato spazio anche per Santon e per qualche decina di minuti pure per l'olandese Karsdorp. Centrali difensivi. Nella rosa ce ne sono quattro a disposizione, ovviamente sono andati tutti in campo con la coppia Manolas-Fazio come la più gettonata anche se Juan Jesus e Marcano hanno avuto le loro occasioni. Esterno sinistro basso. In quattro ci hanno giocato, Kolarov quasi sempre, ma da quella parte abbiamo visto anche Santon, Jesus, addirittura Marcano nella disgraziatissima, per non dire di peggio, trasferta sul campo del Bologna. Trasferiamoci a centrocampo.

E qui la situazione da definire nel dettaglio è piuttosto complessa, anche perché Di Francesco ha cambiato due moduli. Per sintetizzare si può dire che nel ruolo di mediano hanno giocato De Rossi, Nzonzi, Cristante, Lorenzo Pellegrini, Kolarov (e pure Strootman da intermedio a Torino nella prima di campionato prima che fosse ceduto al Marsiglia). Estendendo il concetto agli altri ruoli, bisogna aggiungere anche i nomi di Pastore (schierato una volta pure da intermedio), Zaniolo, Coric. Linea dei trequartisti. A destra ne abbiamo visti addirittura cinque, da Under a Kluivert, da Florenzi a El Shaarawy finendo con Schick. Trasferendoci sull'altria corsia, ne abbiamo contati quattro a sinistra, Kluivert, El Shaarawy, Pastore e Perotti. E poi nel ruolo di trequartista centrale hanno giocato Lorenzo Pellegrini, Pastore e anche il baby Zaniolo. Per chiudere resta il centravanti dove Dzeko le ha giocate quasi tutte ma in qualche occasione gli è stato preferito Schick. Il risultato è che questo tourbillon di giocatori ha portato Olsen, ovviamente, a essere il più impiegato (1080 minuti), seguito da Nzonzi (945), terzo posto per Dzeko (941), tutti gli altri a decrescere.
Alla luce di tutto questo, ma soprattutto dei risultati che sicuramente fin qui tutto sono stati meno che un successo, non sarà il caso di scegliere uno scheletro di formazione, sei-otto titolari, e poi costruire una formazione base intorno a questo scheletro? Volendo alcuni titolari ci sono: Olsen, Florenzi, Manolas, Kolarov, Nzonzi, Lorenzo Pellegrini, Dzeko. È troppo provare a farlo?