Di amichevole si è visto soltanto lo scambio di saluti a fine partita. Poi, non fosse stato per il piccolo impianto di Parchal in Algarve, quella fra Porto e Roma avrebbe potuto tranquillamente (e neanche tanto) essere una sfida da dentro o fuori in una competizione europea. Una di quelle in cui conta soprattutto (se non proprio tutto) il risultato. E se questa volta l'1-1 finale vale il giusto, la dinamica del match ha mostrato quanto poco si avvertisse odore di calcio estivo.

Contro una squadra senz'altro blasonata, molto più avanti nella preparazione, con una guida tecnica collaudata da diverse stagioni e che appena qualche mese fa sbatteva fuori dalla Champions la Juventus contro ogni pronostico, la Roma ha messo in campo una grinta quasi inedita. Quantomeno nella fase di pre-campionato. Con dieci uomini su undici (è Rui Patricio per ora l'unica novità dal mercato) già presenti nell'ultima deludente annata.

Fin troppo facile allora riscontrare la mano di José Mourinho, a prescindere dagli interpreti e dall'andamento della gara. La Roma a sua immagine e somiglianza. Con tutte le cautele che calendario e relativa semantica impongono, se il gruppo non si può (non si deve) ancora considerare plasmato dallo Special One, la prima "amichevole" contro un avversario di alto livello ha indicato la strada. Quella giusta.

Fin dalle battute iniziali l'impressione è stata di una squadra tignosa, compatta, concentrata, attentissima in fase difensiva, pronta a lottare su ogni pallone con l'agonismo tipico di chi non ci sta a soccombere. Da Pellegrini che si immola salvando sulla linea, a Dzeko perennemente a protezione della propria area sui corner portoghesi; da Calafiori che lotta su ogni pallone a Mancini che finisce coi crampi; fino all'accenno di rissa provocato dal fallaccio del solito Pepe ai danni di Mkhitaryan, che se per i buonisti può non aver rappresentato una scena edificante, per tutti gli altri è stata prima di ogni altra cosa la certificazione di un senso di unità ritrovato, con tutti i compagni a scudo dell'armeno.

Riavvolgere il nastro a un paio di anni fa per avere prova del cambiamento, con Olsen accerchiato a Cagliari e tutti girati dall'altro lato, come se la questione non li riguardasse. Ieri la Roma è stata un monolite anche in quel frangente, nel quale l'unico a restare calmo al suo posto è stato proprio Mourinho. Il suo lo ha già fatto, entrando nella testa dei giocatori, infondendo quella voglia di lottare sempre, senza risparmi. Una sorta di triplo carpiato in avanti. Fosse confermato, si tratterebbe di un cambio di marcia epocale. Una di quelle svolte in grado di entusiasmare i romanisti. Che prima ancora dei risultati, chiedono proprio quello che si è visto ieri: grinta, intensità, nessuna resa. Mai.