C'è stato un tempo in cui un quinto posto veniva accolto con soddisfazione. C'è stato un tempo in cui il paradiso poteva soltanto attenderci. È stato il tempo di Balbo, primo grande acquisto dell'era Sensi. Tassello essenziale per le fondamenta del trionfo di inizio millennio, quando dopo due anni di esilio è tornato a chiudere il cerchio. Conquista dell'Eden alla quale Abel ha voluto partecipare a ogni costo. «Lo scudetto è stato costruito poco a poco fin dal mio primo anno, non potevo mancarlo», ci dice lui, raggiunto telefonicamente a Detroit, dove resta spesso per motivi familiari e dove ha incontrato la Roma dei giorni nostri, durante la tournée americana dell'estate 2017. «Ma la mia dimora ideale è Roma», ci tiene a ribadire iniziando a spargere l'ingrediente fondamentale della nostra chiacchierata: tutto l'amore che ancora nutre per il giallorosso.

Hai ancora casa nella Capitale?
«Certo, vivo lì la maggior parte dell'anno, vicino c'è anche Aldair».

Lo vedi ancora?
«Spesso. Persona eccezionale Alda, anche se dopo tanti anni in Italia ancora si esprime in modo strano. Continuo a non capire un cazzo quando parla».

Senti anche Fonseca?
«Fa il procuratore, è sempre incasinato. Io ho scelto un'altra strada».

Non volevi fare l'allenatore?
«Sì, è stato il mio primo orientamento quando ho smesso, ma poi ho dirottato su altro».

Su cosa?
«La famiglia. Mi dedico ai miei figli: sono a Detroit per loro. Uno si è laureato qui, un'altra fa pattinaggio sul ghiaccio».

Nessuno ha seguito le orme del papà?
«Macché. Calcio zero a casa mia, sono appassionati di hockey».

Tu però continui a seguirlo.
«Sempre. È la mia vita».

E la Roma?
«La Roma è una passione, un amore. La squadra a cui sono più legato».

L'intervista integrale su Il Romanista, in edicola.