Passoscuro è una località di mare a due passi da ROMA. La mia infanzia balneare l'ho passata proprio lì, con la casa a due passi dallo stabilimento e una lunga-lunghissima serie di rituali che ogni anno, tutti gli anni, erano l'estate.

Sì, c'era sempre il pallone: quattro ciabatte nella sabbia, un Tango o un Super Santos e interminabili partite iniziate con la scelta delle squadre e terminate con i portieri volanti, tre calci d'angolo un rigore, corse e rincorse fino a quando il sole calava, rendendo il mare d'argento, e tutti insieme correvamo a tuffarci prendendo in giro chi aveva perso.

La mattina, in sella alla bicicletta fino al centro del paese, s'andava a comprare il giornale: una occhiata al titolo e poi, prima di scendere in spiaggia, gli articoli da leggere – saltando la lazio. Non credo d'aver mai letto nulla riguardasse i biancocelesti – alimentando grandissime aspettative, chissà se poi corrisposte durante la stagione, sui nuovi acquisti.

Fa molto anziano dirlo, lo so, ma non c'era internet: si sapeva di meno e si sognava di più.

Perché senza la pornografia del tutto e subito una notizia durava almeno ventiquattr'ore e ti regalava, costantemente, l'opportunità di organizzarci sopra meravigliosi voli pindarici che strizzavano l'occhio sempre, sempre, sempre al trionfo. E chi se ne frega se poi, di trionfi, non ne arrivavano… l'estate non era – è – solamente il periodo degli amori brevi ma, anche, dei progetti eterni: a portata di mano.

E così – giorno dopo giorno, pallonata dopo pallonata – affrontate una serie di partitelle con improvvisate squadre trentine arrivava finalmente, per la ROMA, la prima amichevole stagionale all'Olimpico: serate d'agosto in cui lo stadio si popolava di tifosi abbronzatissimi e divertiti che, il più delle volte, tornava da tutta la costa romana per quel mordi e fuggi direzione Olimpico. Accadeva proprio questo anche a, e da, Passoscuro dove, da ragazzino, pressavo mio padre talmente tanto che non era negoziabile prendere o meno l'Aurelia: si andava.

Fino a che, con l'arrivo dell'adolescenza, la macchina di mio padre venne sostituita dalla corriera… malridotti bus azzurri senza aria condizionata – e con incandescenti, e bucati, sedili in simil pelle – che partivano ogni morte di Papa se, quel giorno, qualcuno non sceglieva di sopprimere la corsa e, con lei, anche la tua attesa.

Quei viaggi, riderete, rappresentano ancora oggi un bellissimo ricordo d'indipendenza: io, da solo, dalla mia squadra del cuore.

Fino a fuori lo stadio perché lì incontravo qualche altro amico che aveva superato le stesse reticenze dei genitori miei e simili scomodità per arrivare. E passavamo quelle ore spensierate insieme alla prima ROMA della stagione: le nuove maglie, i calciatori appena acquistati, il tifo. Senza farci troppe domande su chi fossero i preparatori atletici o dei portieri, il budget speso dalla società sul mercato, il direttore generale.

Perché quella serata, nel cuore delle vacanze, rappresentava una fuga d'amore e, come tale, non partoriva domande ma solamente, sempre, la stessa risposta: FORZA ROMA!