In un giorno così importante per la sua carriera, nell'ospedale di Turku, Leonardo Spinazzola non è stato lasciato da solo. Oltre al sostegno della moglie Miriam, che lo ha accompagnato nel viaggio in Finlandia, Leonardo ha potuto contare anche sul calore dei tifosi della Roma. Sì, tutto vero. Nonostante tremila chilometri lo separassero dallo stadio Olimpico, in un ospedale finlandese Spinazzola è stato raggiunto da due romanisti, che sono riusciti a salutarlo e a regalargli una sciarpa giallorossa.

Sono Marco e Niccolò: rispettivamente pisano e bresciano di nascita, romanisti da sempre, finlandesi d'adozione. Vivono a Helsinki da anni, eppure non si perdono una partita della Roma e quando possono tornano in Italia per seguirla dal vivo. Stavolta è stata la Roma ad andare da loro. «Quando abbiamo saputo che Spinazzola si sarebbe operato a Turku, con l'équipe del Prof. Orava, ci siamo chiamati e ci siamo detti "Dobbiamo farla questa follia"», raccontano. Così sono saliti in macchina e hanno percorso gli oltre 160 km che separano Helsinki dall'ospedale Mehiläinen, con addosso le maglie della Roma e in mano una sciarpa da far recapitare in qualche modo a Spinazzola.

Una missione più dura del previsto: «Alla reception già ci hanno guardato male quando gli abbiamo detto che eravamo lì per un calciatore - dice Marco - poi, quando abbiamo chiesto di poter mandare un piccolo pensiero nella camera di Leonardo, hanno respinto la richiesta per motivi legati al Covid». Così i due hanno fatto alla vecchia maniera: «Ci siamo messi nella hall ad aspettare l'orario di chiusura dell'ospedale per incontrare la moglie di Spinazzola e il dottor Manara, e dare a loro la sciarpa».

Ma proprio quando stavano per perdere la speranza, ecco la sorpresa: «Mancava poco alla chiusura, a un certo punto vediamo che insieme a Miriam e Manara ad avviarsi verso l'uscita c'era anche Spinazzola». I due si avvicinano e dopo aver conquistato foto e autografi gli donano la sciarpa: «Eravamo emozionati, non pensavamo di riuscirci» ammette Niccolò. «Quando gliel'ho consegnata - racconta Marco - gli ho detto "Così adesso sei un po' più a casa"». Perché anche a tremila chilometri di distanza, basta poco per sentirsi meno soli.