La settimana scorsa una nube nera si è alzata dalla zona di Tor di Valle. A bruciare, secondo i carabinieri, un cumulo di rifiuti. Lì dove dovrebbe sorgere il nuovo Stadio della Roma oggi c'è un quadrante di città lasciato indietro, divorato dalla vegetazione selvaggia e dall'inciviltà dell'uomo. Mai come quella che vorrebbe lasciare le cose così. Nei giorni in cui l'iter ristagna in Campidoglio e più di qualcuno (a sproposito) mette in dubbio l'interesse pubblico del progetto siamo andati direttamente a vedere come è ridotta Tor di Valle. Per l'ennesima volta, stavolta dopo l'incendio della settimana scorsa.

Venendo in auto dalla via del Mare bisogna imboccare una stradina quasi nascosta da una fitta vegetazione ma una volta entrati basta percorrere pochi metri per essere accolti dalla scritta in ferro "Ippodromo Tor di Valle". La ruggine sta avendo la meglio su quel simbolo di un passato importante scolpito nell'immaginario popolare dalle scene di un film cult: «Dove vuole che sia cominciato il pasticcio signor Presidente? A Tor di Valle, regolare…», recitava Gigi Proietti-Mandake di "Febbre da Cavallo". E di pasticcio si tratta anche oggi visto che dove dovrebbe sorgere il progetto imprenditoriale più ambizioso dell'Europa meridionale c'è il nulla. Nella zona dell'ex ippodromo non è possibile entrare però possiamo sbirciare attraverso le cancellate: sulla sinistra c'è un terreno fatto di rovi abitato - ci dice il vigilante che sorveglia l'ingresso - da serpenti e topi. Proprio lì il progetto voluto dalla Roma prevederebbe un parco urbano e un parco fluviale di circa 53 ettari aperti alla cittadinanza. Sul versante opposto, si scorge l'area destinata al Business Park che al momento è solo una distesa di erbacee. Decidiamo allora di fare un giro nelle stradine circostanti.

Il terreno privato è delimitato da mura di cinta in cemento con il logo dell'ippodromo: l'acronimo tdv e l'immagine stilizzata di un fantino al trotto. La strada che costeggia il muro è posta sotto sequestro, come recita il cartello affisso dalla Guardia di Finanza. I blocchi di cemento messi all'ingresso impediscono l'accesso alle auto ma non a chi viaggia a piedi. Ci addentriamo così in una selva oscura che di dantesco e di poetico non ha proprio niente. Una strada stretta e dal fondo accidentato, ai lati oggetti di ogni genere: c'è un frigorifero da bar con il logo di una famosa acqua effervescente naturale, il cadavere di quella che una volta era una vasca da bagno e poi cumuli di vecchi divani, poltrone e sedie. Tanti. Ma non è finita, perché addentrandoci in questo budello fatto di rifiuti e sterpaglie è possibile anche scovare giacigli di fortuna con tanto di bracieri e materassi assemblati alla meglio dalle prostitute che di sera affollano questa stradina. Pensiamo di aver visto abbastanza così ci avviamo verso il sentiero che conduce alla pista ciclabile che cinge il lato nord della zona. Per arrivarci però dobbiamo attraversare una vera e propria discarica a cielo aperto fatta di scarti edili, mobili e pannelli in legno. Ci sono mucchietti carbonizzati di spazzatura bruciata, i resti dell'incendio che nei giorni scorsi ha avvelenato qui tutta l'aria, mentre tra i rifiuti spunta un cartello che sa di beffa: «Attenzione, sono in corso nell'area opere di bonifica». Superato questo piazzale maleodorante raggiungiamo la superficie scrostata della pista ciclabile: a destra ci sono gli argini del Tevere, a sinistra la vista è parzialmente oscurata da un alto canneto. Se si ha la pazienza di addentrarsi lungo questa strada si arriva ad un tratto dove la visuale si apre sull'intera area dell'ex ippodromo. Qualche centinaio di metri davanti a noi si scorgono le tribune di Lafuente e il tracciato di sabbia che una volta era la pista dell'impianto. Qui sorgerà il nuovo Stadio della Roma. Qui. Il prima possibile per favore. Spostandosi a destra di qualche metro lo sguardo incontra una serie di edifici gialli e decadenti che una volta erano le scuderie. Lì sorgeranno i campi e gli uffici della "Nuova Trigoria". Facendo la strada a ritroso ritorniamo sulla via del Mare ma questa volta decidiamo di percorrere l'attraversamento pedonale che porta alla stazione di Tor di Valle, lo snodo ferroviario che permette agli utenti di raggiungere la zona con il trasporto pubblico. Un cantiere aperto e abbandonato con pilastri di cemento non finiti, calcinacci e macchinari lasciati a marcire.

Prima di andarcene decidiamo di prendere un caffè in un bar della zona, anche per tastare l'umore di chi Tor di Valle la vive. La risposta è pressoché univoca: «Noi lo stadio lo vogliamo, ma quando lo fanno?». Una domanda da fare a chi si interroga ancora sull'interesse pubblico dell'opera, perché la risposta data finora è solo disinteresse pubblico.