Ricardo Faty, ex centrocampista della Roma, oggi calciatore della Reggina, ha parlato del suo passato in giallorosso ai microfoni di Calcio Espresso, su Radio Italiana Vera Parigi. Queste le sue parole:

Quali ricordi porta con sé delle due stagioni vissute indossando la maglia della Roma?
"Posso dire che è stato uno dei momenti cruciali della mia vita, anche perché nella Capitale ho vinto l'unico trofeo della mia carriera fino ad oggi, la Coppa Italia. Per me fu una rivoluzione: mi ritrovai catapultato nel calcio che conta, tra campionato e Champions League, in una squadra che mi stava a cuore oltretutto. Sin da piccolo ho sempre seguito la Serie A e la Roma era la mia squadra di riferimento, ne ero diventato tifoso. Totti era un mito all'epoca e poter indossare quella maglia insieme a lui fu un'emozione indescrivibile, avevo poco più di vent'anni".

Giustamente, quale impressione le fece Totti la prima volta?
"Arrivai in Italia nel 2006 e lui aveva appena vinto i Mondiali. Provai un misto di paura e rispetto quando me lo trovai di fronte nello spogliatoio la prima volta. Ma fu una sensazione, per fortuna, passeggera (sorride). Tutti conoscono Totti e sanno che è un ragazzo aperto, con la battuta sempre pronta, che ti fa sentire parte del gruppo. Lui là era uno tra tanti ed è questa la cosa che mi colpì di più all'epoca. Al di là del personaggio aveva una grande umanità e questo l'ha reso ai miei occhi un vero campione".

È rimasto sorpreso dal contrasto nato tra Totti e Spalletti in occasione dell'addio del Capitano? Lei aveva lavorato con entrambi nel 2006...
"Sono rimasto sorpreso, ma fino ad un certo punto, perché Spalletti è un allenatore molto pragmatico. Pur rispettando il mito di Totti, come giocatore Francesco era arrivato ad un'età in cui non poteva più disputare tutte le partite mantenendo la stessa incidenza. Questo non significa che fosse arrivato al capolinea, tutt'altro, ma che di fronte a determinate scelte Spalletti si è ritrovato con il fardello di dover essere lui a fare quel passo doloroso (non è stata semplice né la sua posizione, né quella della società). Di certo la situazione avrebbe potuto essere gestita in maniera diversa, nel suo complesso, ma credo che molto dipenda da quel ‘lato negativo' che accompagna il calcio moderno. La sua uscita di scena fu triste in un certo senso, ma non ha tolto nulla alle sue grandi qualità di giocatore, né a quelle di Spalletti come allenatore". 

Segue ancora la Roma?
"Come detto sono stato tifoso della Roma sin da piccolo e lo sono rimasto nel tempo, anche se fino ad oggi (purtroppo) non ho visto una grande evoluzione a livello di club. Ora vedremo cosa accadrà con la nuova direzione, anche se al momento non è ancora chiaro il percorso che vogliono intraprendere. Da una parte sono mancate le certezze finanziarie di altri grandi club italiani come Juventus o Inter, ma dall'altra la squadra ha mostrato nel tempo una certa irregolarità che gli ha impedito di qualificarsi in Champions League o di avere risultati prometti in Europa League. Questo è un po' il mio cruccio da tifoso, mi piacerebbe vedere una squadra più intraprendente, che sa rischiare".

"Un parallelo calcistico tra Roma e Parigi? Anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Leonardo sulla capitale francese, lontana dalla passione che si vive ad esempio a Marsiglia"
"Leonardo da un certo punto di vista ha ragione e proprio per questo non penso si possa fare un parallelo tra le due capitali. A Parigi tu puoi camminare per le strade senza percepire la presenza di una squadra di calcio in città, a Roma invece è impossibile il contrario. Quando fai un giro, che sia in centro o in periferia, ti ritrovi davanti una maglia o una sciarpa della Roma dei locali… o anche della Lazio. Da noi queste cose sono molto più rare, questo non significa però che non ci sia amore per il calcio, ma vivere per il calcio è tutt'altra cosa".