«Non è stata una partita normale». Prime testimonianze dal calcio post pandemia. A parlare è Daniele Verde, attaccante dell'AEK Atene con un passato nella Roma. Lo portò a Trigoria Bruno Conti e in giallorosso ha fatto il suo percorso di crescita nel settore giovanile fino all'esordio in prima squadra con Garcia. Poi un giro di prestiti tra Frosinone, Pescara, Avellino, Verona e Valladolid. L'anno scorso il suo cartellino è stato ceduto in via definitiva all'AEK Atene con cui domenica ha giocato la prima gara dopo la pandemia. Un derby di Atene contro il Panathinaikos, di quelli che senza le porte chiuse forzate dal Covid gli avrebbe regalato un clima caldissimo. «Senza tifosi si perde tutto lo spettacolo», ci dice. Ma the show must go on e Verde è uno degli attori principali visto che il suo AEK è secondo a pari punti con il PAOK e si sta giocando un posto per la prossima Champions League. E poi, pur con tutte le incertezze del caso, c'è la voglia di lasciarsi questo brutto periodo alle spalle.

Com'è la situazione in Grecia?
«Non è mai stata grave come negli altri paesi, il numero dei contagiati e dei morti non è stato elevato come altrove. Per questo hanno deciso di ripartire con il campionato pur prendendo tutte le precauzioni del caso».

Come ha trascorso la sua quarantena?
«Sono stato qui in Grecia da solo. La mia famiglia è rimasta in Italia e tornerà tra qualche giorno. Anche qui c'era il lockdown e come tutti ho rispettato le disposizioni restando a casa. Senza mia moglie e mia figlia è stata durissima. Per fortuna c'è la tecnologia e ci siamo visti tutti i giorni in videochiamata».

È stato giusto riprendere a giocare?
«Devo ammettere che è stato difficile stare senza calcio e il pensiero di tornare a giocare mi rende felice. Però dopo tutto quello che è successo con lo scoppio della pandemia credo che la ripresa sia stata un po' forzata».

Ha paura di poter contrarre il virus?
«C'è soprattutto la paura di portare il virus a casa, per questo è stato così difficile riprendere. Starò molto attento e prenderò tutte le precauzioni possibili per evitare di correre il rischio di contagiare mia figlia. Per fortuna qui in Grecia i dati non sono allarmanti, ma non abbasserò mai la guardia».

Cosa prevede il protocollo anti Covid del calcio greco?
«Arriviamo allo stadio con il pullman della squadra, tutti con le mascherine. Negli spogliatoi siamo distanziati e in panchina ci si siede ad un metro l'uno dall'altro. In campo poi è strano perché non potremmo nemmeno abbracciarci dopo un gol. Come in Italia, anche qui se c'è un contagiato si blocca tutto e la squadra è costretta a andare in quarantena».

Che sensazioni ha provato al ritorno in campo?
«Il primo impatto è stato brutto. Per l'atmosfera e per il ritmo sembrava di giocare un'amichevole. Soprattutto nei primi minuti è stato strano stare a contatto con gli avversari, non ti senti sicuro come quando sei con i tuoi compagni. Però poi capisci che devi accendere la testa e trovare la concentrazione giusta per affrontare la partita. Dovremo farci l'abitudine per chiudere al meglio la stagione».

Cosa significa per un calciatore giocare un derby a porte chiuse?
«Non mi piace il calcio senza pubblico, io gioco per la gente. Sentire il loro calore ti da la carica e ti spinge a fare qualcosa in più, così ne risente anche lo spettacolo. Per me non ha senso giocare senza tifosi».