Juan Silveira Dos Santos, attuale dirigente del Flamengo ed ex calciatore della Roma dal 2007 al 2012, ha ripercorso la sua carriera tra Brasile, Germania e Italia in un'intervista al sito Ygfoot.com:

I calciatori brasiliani

"Sono andato via dal Brasile a 23 anni, ero preparato mentalmente, visto che venivo da 6 anni e più di 200 presenze al Flamengo ed ero già nel giro della Nazionale brasiliana. Parlavamo molto tra noi giocatori di come fosse il calcio europeo. Oggi i calciatori vanno via molto presto dal Brasile. L'attuale generazione di calciatori ha a disposizione un intero staff ad assisterli in questo cambiamento sconvolgente. Ci sono persone che si occupano di media e business, gli trovano le case e li aiutano a sistemarsi. Oggi il mondo è globalizzato e questo rende alcune cose più facili. Ma, dato che il calcio si gioca sul campo, molte cose non sono cambiate nel corso degli anni. La prima cosa che un calciatore deve fare è imparare la lingua del Paese in cui va a giocare, così può comunicare con i suoi compagni di squadra. Si tratta anche di un segno di rispetto e interesse verso il Paese in cui si sta. Lasciare il Brasile e approdare in Europa è un grande cambio di scenario, perché si verifica un cambiamento nel tuo modo di giocare e gli avversari sono più duri da affrontare".

Il rapporto con Lucio

"Lucio è stato molto importante per me. Era un campione del Mondo e già aveva una grande storia nel Bayer Leverkusen. Io ho imparato la lingua e ho cercato di gestire tutte le nuove esperienze. Lucio è stato lì per me. Mi ha aiutato dentro e fuori dal campo, mi ha mostrato la città. Suppongo che giocare con lui sia stato uno dei fattori che ha permesso che mi adattassi velocemente a giocare in Europa".

La Nazionale brasiliana: il mancato mondiale 2002 e le eliminazioni nel 2006 e 2010

"Mi aspettavo la convocazione per la Coppa del Mondo 2002, sicuramente volevo essere parte della squadra. Fu frustrante vedere che il mio nome non era nella lista. E poi il Brasile ha vinto il Mondiale e ciò ha reso le cose più tristi. Io ho contribuito alla qualificazione e a tutto il resto. Ma, grazie a Dio, sono tornato in Nazionale e ho avuto l'opportunità di giocare due Mondiali. Nel 2006, prima ancora di giocare, abbiamo fatto i conti con i problemi. L'hoo-ha, le feste... Tutto prima della Coppa del Mondo. A Weggis, in Svizzera, nel ritiro prima del Mondiale. c'erano molte feste. Volevamo vincere la Coppa del Mondo, ma non ci siamo riusciti. Nel 2010, dopo il fischio finale della partita con l'Olanda, che ha sancito la nostra eliminazione, ero consapevole che non avrei più giocato Mondiali, vista l'età. L'uscita dal campo fu più dolorosa rispetto a quattro anni prima".

Il passaggio alla Roma

"Non penso di aver perso opportunità perché fossi silenzioso. Forse se fossi stato più estroverso, più schietto con i media avrei avuto qualche altra opportunità, ma non è nelle mie corde. Nel 2007 sono passato alla Roma: in Italia trovai avversari di livello più alto rispetto a prima. I più difficili da affrontare furono Ibrahimovic, Del Piero, Adriano e Trezeguet. Io già conoscevo Francesco Totti quando mi trasferii alla Roma. Lui era il riferimento nella squadra, un calciatore conosciuto in tutto il mondo. De Rossi era qualcuno che avevo già sentito, sapevo che fosse un grande calciatore, ma non sapevo che rappresentasse la città di Roma. Ho capito che Daniele era speciale. Era uno dei cinque centrocampisti più forte del mondo e tutti lo volevano, ma lui scelse di stare a Roma. Lo ha sempre affermato".

Il derby di Roma

"Ho giocato Internacional-Gremio, i derby di Rio con il Flamengo, ma l'intensità della passione dei romani per Roma e Lazio rende questo derby il più sentito a cui abbia mai assistito. Le due squadre si affrontano solo due volte l'anno, c'è un'atmosfera differente. E' veramente dura in campo. Io ricordo solo un calciatore che ha giocato per entrambe le squadre. Kolarov. Si tratta di una cosa che non accade molto spesso".