Le formiche hanno scavato profondi solchi sulla terra battuta del campo dei Liberi Nantes, squadra di soli migranti che il lockdown ha reso esuli anche dal calcio. Da tre mesi non si gioca, e le erbacce hanno preso possesso del terreno, sfarinando il gesso delle linee laterali, colonizzando le porte e le aree di rigore. Anni di sole hanno cotto la plastica dei sedili delle panchine, che dà l'impressione di aver cominciato a disgregarsi già prima del Covid, e scolorito gli striscioni appesi in modo da essere ben visibili per i pochi spettatori che assistono alle gare di Terza Categoria, quasi tutti legati da parentela o profonda amicizia ai ragazzi in campo: quello con il nome della società, quello con lo slogan nato cinque anni fa per sostenerla ("oltre il gioco #iocisono"), "verità per Giulio Regeni", con il logo di Amnesty International, il link al sito (non più attivo) di un ristorante etnico che "promuove l'integrazione di rifugiati e migranti attraverso la cucina" e in fondo, vicino a dove un tempo ci doveva essere la bandierina del calcio d'angolo, "Roma Cares".

Il club giallorosso ha dato una mano, qualche anno fa, tramite la sua fondazione che si occupa di iniziative di beneficenza, a questo club, nato ben prima, dall'impegno e dal sudore di volontari, migranti dei centri di accoglienza e abitanti del quartiere, e un paio di settimane fa gli ha dato di nuovo una triste notorietà, di cui tutti avrebbero volentieri fatto a meno. Joseph Perfection, il centrocampista camerunese a cui si è fermato il cuore a 21 anni lo scorso 25 maggio era passato da qui, dopo essere arrivato in Italia con la promessa di fare provini e carriera nel calcio professionistico. Era stato abbandonato alla stazione Termini, e dopo un po' di tempo, e vicende di cui nessuno potrà più parlare, si era ritrovato qui, dove qualcuno ancora pensa di poter spaccare il mondo giocando a pallone, e tanti altri, semplicemente, lo prendono a calcio per non pensare ad altro, nella periferia di una terra promessa ben diversa da come l'avevano immaginata.

Anche il campo sportivo "XXV aprile" di Via Marica 80, tra le case popolari di Pietralata, versante Est della Capitale, ben più vicino al Raccordo che al centro, è diverso dagli altri, ormai quasi tutti riconvertiti a un costoso e redditizio fondo in sintetico, qualcuno con tribune nuove, e spogliatoi con le piastrelle sul muro. Qui ci si spoglia in stanzoni intonacati alla meglio, calce bianca neppure troppo spianata, come in certe costruzioni che puoi trovare in avamposti solitari del terzo mondo, ringhiere fatte con ferro di recupero, saldando cancellate sottratte alla discarica, gittate di cemento grezzo sui piazzali. Un posto di frontiera, carico di fascino, poesia e fatica. Quando arriviamo il presidente della Liberi Nantes, Alberto Urbinati, sta parlando con tre ragazzi della zona, vent'anni o poco più, seduti su due panchine di legno ben diverse tra loro, sull'orlo della vecchia tribuna, con le erbacce che si intrufolano e sgretolano i mattoni di tufo.

«Quando siamo entrati qui per la prima volta, sembrava fosse scoppiata una guerra – spiega Urbinati – cadeva tutto a pezzi, non c'erano luce e acqua calda negli spogliatoi, il bar aveva un tetto che minacciava di crollare, la recinzione era da rifare. Un lavoro colossale, che ci siamo sobbarcati con dei volontari e alcuni migranti, arrivati da tutta Roma per aiutarci».

Chi usava questo campo prima della Liberi Nantes?
«Un'altra società, che però non si è preoccupata molto della manutenzione, diciamo. Noi all'inizio facevamo attività prendendo in affitto il campo: giocavamo al Bernardini, un impianto della Uisp, a meno di un chilometro da qui. Si cominciava un po' a parlare di noi e delle nostre attività in tema di integrazione, chiedemmo all'Amministrazione se potevano aiutarci a trovare una sede, ci dettero questo campo. Paghiamo un affitto, lo abbiamo in gestione fino al 2028. E pensare che a noi sarebbe bastato un ufficio di rappresentanza...».

Vi è andata bene...
«Già. Anche se l'impianto era in condizioni disastrose. Questo era il campo dell'Albarossa, una società sportiva che ha fatto la storia di questo quartiere. Qui è zona di case popolari, è tutto di proprietà dell'Ater: in questo lotto non avevano costruito, e qualcuno ha attrezzato un campo sportivo. Era un luogo d'aggregazione, sempre pieno di gente, ci facevano le Feste dell'Unità, una volta, negli Anni 80, venne pure a suonare Venditti. E l'Albarossa era la squadra di chi abitava qui, una volta riuscì ad arrivare anche in Promozione. È una storia che non ho vissuto in prima persona: mi dicono che proprio in quel momento siano venute fuori le difficoltà economiche. Credo abbia chiuso nel 1995, l'Alba: era venuto giù il Muro di Berlino, la militanza politica ormai era finita, e si è esaurita anche quella storia. Noi siamo arrivati molti anni dopo».

Rapporti con il quartiere?
«Questa zona ha bisogno di un centro d'aggregazione: è un posto di case popolari, desertificato a livello commerciale, in cui è difficilissimo trovare un negozio che non appartenga a qualche grande catena. Quei ragazzi che erano qui pochi minuti fa sono venuti a dirmi che vorrebbero creare di nuovo una squadra di quartiere, fare calcio popolare. Gli ho detto che saranno i benvenuti, di organizzarsi, venire, e non preoccuparsi dei soldi: qui non mandiamo via nessuno, c'è posto per tutti».

La stessa filosofia che ha ispirato il vostro progetto.
«La Liberi Nantes nasce nel 2007, e dopo un paio d'anni già aveva fatto parlare molto: in un certo senso il progetto ci è come esploso in mano, non ci aspettavamo neppure noi che diventasse così grande. Nel 2008-09 abbiamo cominciato a giocare in Terza Categoria. Fuori classifica, perché non era possibile tesserare i ragazzi che giocavano con noi: era richiesto un domicilio, ma ben pochi lo avevano. Abbiamo fatto una battaglia per lanciare il domicilio sportivo, dando come residenza dei ragazzi questo campo, ma ci siamo riusciti solo in parte. Ci avevano un tesseramento amatoriale semplificato, quest'anno abbiamo risolto tutto e iniziato a giocare in classifica. Poi se qualcuno trova una squadra in Promozione che gli offre un minimo di rimborso spese, è libero di andarci, lo svincoliamo con piacere».

Quello dei tesseramenti non sarà stato l'unico problema...
«Ovviamente no. Qui è tutto complicato, a partire dalle questioni logistiche: nelle altre squadre, quelle composte da ragazzi di Roma, per le trasferte ci si vede direttamente al campo. Noi ogni volta dobbiamo dare appuntamento qui, e organizzarci con le nostre macchine per portare i giocatori al campo. Senza contare, ovviamente, l'accoglienza che spesso viene riservata a una squadra di rifugiati e richiedenti asilo in certe periferie di Roma...»

Più le difficoltà affrontate per ristrutturare un impianto in stato di abbandono...
«...facendo tutto a budget zero. A un certo punto chiesi una mano proprio ai migranti: feci spargere la voce che la Liberi Nantes aveva bisogno di aiuto, nei centri di accoglienza. Non mi aspettavo grandi cose, invece il giorno in cui avremmo dovuto iniziare i lavori c'erano quaranta ragazzi venuti a dare una mano. Li chiamai tutti: "Forse non è chiaro... qui non ci sono soldi. Se qualcuno vuole tornare indietro, nessun problema". Sono rimasti tutti. Li abbiamo divisi in squadre, siamo rimasti chiusi qui dentro da giugno a ottobre. Alcuni avevano delle competenze, c'erano muratori, qualche idraulico... competenze che non allenavano da mesi, e che rischiavano di perdere, avevano voglia e bisogno di uscire. Stare nei centri di accoglienza a non fare nulla è un abbrutimento, oltre che uno spreco: sfruttando le forze e le competenze che ci sono lì si potrebbero rivoltare i nostri quartieri come calzini. Abbiamo riscritto la storia, facendoci aiutare da soggetti che certa gente percepisce come dei parassiti. La cosa curiosa è che pochi di loro sono rimasti con noi anche per giocare: in maggior parte ci hanno aiutato e poi se ne sono andati».

Chi altro vi ha aiutato?
«Ero in contatto con uno studio di architetti dei Parioli, all'epoca: hanno saputo del progetto, se ne sono innamorati, e sono venuti a dirigere i lavori, gratuitamente. Trovavano soluzioni, riciclando materiali: un palazzo qui vicino stava buttando dei mattoni, li abbiamo recuperati e ci abbiamo fatto il muro che ci divide dal parcheggio qui dietro. Abbiamo rifatto il tetto al bar, non è ancora finito, ma lo usiamo per le feste, i mercatini solidali di Natale. Il campo si chiama XXV aprile, è quella la festa più sentita qui».

Come tirate avanti?
«Con i contributi dei soci: una trentina, che sottoscrivono una quota. Con il cinque per mille. E con alcuni progetti, legati all'inclusione: siamo partner della Fondazione dell'Uefa, avremmo dovuto organizzare un evento all'Olimpico, con più di 150 ragazzi, legato all'Europeo. Tutto rinviato al 2021. Devo dire che cominciano a conoscerci, anche se, paradossalmente, più all'estero che in Italia. A un premio internazionale sullo sport sostenibile abbiamo conosciuto i dirigenti del Barcellona, mi hanno anche invitato al Camp Nou. Siamo in contatto, prima o poi riusciremo a organizzare qualcosa con loro».

Il rapporto con Roma Cares come nasce?
«Grazie a Luca Di Bartolomei. Gli avevano parlato del progetto, è venuto a vederlo di persona, e lo ha preso a cuore. È lui che ci ha messo in contatto con la fondazione della Roma, di cui all'epoca si occupava Catia Augelli. Luca è una persona fantastica, uno che quando hai bisogno di qualcosa risponde sempre presente, siamo rimasti amici. Il giorno in cui abbiamo fatto la festa per la nuova omologazione del campo era pieno di gente: era l'11 ottobre 2015, la Roma ha mandato le vecchie glorie a fare un'amichevole con la Liberi Nantes, c'erano Candela, Giannini, Chierico, Scarchilli, Maini, e tutta la dirigenza. Mi colpì molto l'atteggiamento di Walter Sabatini: si infilò nel nostro spogliatoio, venne a salutare tutti i ragazzi, uno per uno. Mi è sembrato uno vero. Luca quel giorno è passato con il motorino, mi ha chiamato fuori, e mi ha chiesto se fosse tutto a posto. Aveva fatto tanto per noi: l'ho invitato a entrare, a dire qualcosa, fare un piccolo discorso. Era in politica, all'epoca, magari avrebbe pure potuto fargli comodo prendersi i suoi meriti. Mi ha ringraziato ed è andato via: non è neppure voluto entrare».

Perfection non la giocò quell'amichevole.
«No. Non fu quella ad aprirgli le porte della Roma, come ho letto da qualche parte. Del resto lui con noi ha giocato molto poco, sarà venuto al campo una decina di volte, non di più, e non lo abbiamo mai neppure tesserato. Si vedeva che sarebbe stato uno spreco farlo giocare in Terza Categoria, con i suoi mezzi. Anche se all'inizio sembrava non capire che occasione aveva, quando si prospettava la possibilità di firmare un contratto con la Roma, non è stato facile spiegarlo. È stato Toti Lisciandrello, il nostro allenatore, a rimanere più colpito del suo talento, e ad aprirgli le porte della Roma. Ha fatto il preparatore atletico in club importanti del calcio dilettantistico, conosce tanta gente nel calcio, ha sentito un procuratore (Diego Tavano, ndr) e gli ha detto di venire a vedere questo ragazzo. Pare che gli abbia risposto che non aveva neppure bisogno di vederlo, che si fidava di lui. E lo ha portato alla Roma: un periodo di prova, appena è diventato maggiorenne lo hanno messo sotto contratto».

Mister Lisciandrello potrebbe dirci qualcosa in più.
«Glielo hanno chiesto tante persone, dopo quello che è successo. Ma la cosa lo ha toccato moltissimo. Tanto che lui di Joseph, di questa storia, ha deciso di non parlare più».