Riparte l'Italia, riparte anche il calcio, ma il dibattito su come conciliare i problemi dell'economia e quelli di salute e prevenzione resta acceso. Soprattutto in una fase che potremmo definire di libertà condizionata, nella quale i tentativi di ritorno alla normalità durante una pandemia non ancora debellata devono rispondere a delle regole. Per chiarire meglio alcuni punti di caduta e di risalita abbiamo interpellato Pierluigi Lopalco, responsabile del coordinamento regionale emergenze epidemiologiche dell'Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale della Regione Puglia.

Professore, come si esce da un'emergenza come quella provocata dal coronavirus senza intaccare troppo economia e salute?
«È fondamentale una sintesi tra i due aspetti. Una crisi economica comporta automaticamente anche una crisi sanitaria, povertà e disagio sociale conducono a implicazioni di salute. Le due cose vanno trattate con pari importanza. È chiaro però che nella situazione acuta di una pandemia, bisogna prima mettere in sicurezza la salute e poi occuparsi dell'economia. In questa fase, facendo la ricostruzione dei fatti, siamo di nuovo in un certo equilibrio ed è giusto rilanciare i vari settori economici che hanno sofferto di più».

Cosa pensa della ripartenza del calcio?
«Il calcio, in quanto sport di contatto, comporta dei pericoli non da poco. Gli sport di squadra nel momento in cui circolano virus come questo che si trasmettono per via respiratoria sono a rischio. Se un membro della squadra ha un virus le occasioni di contatto sono molte, tra campo, spogliatoi e vita in comune. Gli atleti in campo hanno un respiro affannoso che fa emettere una quantità di virus maggiore rispetto a quella di due colleghi che stanno accanto in ufficio. Solitamente molto importante è anche la durata del contatto e anche se il calcio si gioca in velocità, e quindi l'occasione non è molto efficiente, il problema in una partita di pallone resta il faccia a faccia, che spesso è anche mani in faccia tra due atleti. Insomma, è proprio un contatto diretto».

Il calcio tedesco è ripartito con giocatori distanziati e con la mascherina in panchina e niente strette di mano, ma poi in campo, appunto, c'è contatto diretto. Cosa ne pensa?
«Bisogna sempre ragionare in termini di probabilità. Più sto distanziato e meno rischio. Premesso che il rischio zero non esiste, perché appunto poi un giocatore può andare in campo, almeno laddove il contatto dura più tempo, come in panchina, potrebbe avere senso tenere la mascherina».

Anche se tutto il gruppo in teoria è negativo?
«In teoria... Però abbiamo visto che poi qualche positivo può uscire fuori. Poi dipende tutto dalle fasi dell'epidemia: la ripartenza di un campionato quando l'emergenza si sta spegnendo e la probabilità di trovare un calciatore positivo è molto bassa è plausibile. Oggi è un'altra situazione rispetto al periodo del picco, quando diversi giocatori sono risultati positivi».

Atleti e virus. Qual è il rischio di ricaduta e soprattutto quando nascono i rischi di conseguenze permanenti da Covid-19?
«Quando si parla di danno permanente o di ricadute parliamo di persone che hanno avuto una malattia di una certa severità. Un positivo senza sintomi o con sintomi lievi non ha nessun danno, può tutt'al più essere un portatore».

La discussione nel calcio verte molto sulla rigidità del Comitato scientifico in tema di quarantena. Si auspica un abbassamento del livello di guardia o addirittura una riduzione dei giorni di isolamento. Cosa ne pensa?
«Diminuire la durata della quarantena sarebbe un boomerang perché se nei primi giorni avviene un contagio che si manifesta all'ottavo o nono giorno e si è lasciata "libera" la persona positiva dopo 7 giorni, bisogna far partire un altro periodo. Non ci sarebbe alcun vantaggio o sarebbe relativo. Chi ha proposto questa cosa non tiene conto del fatto che se c'è stato un contagio è meglio tenere tutti fermi 14 giorni piuttosto che aprire diversi cicli da 7 giorni l'uno».

Fino a quando dev'essere mantenuta quindi la precauzione della quarantena?
«Finché c'è la circolazione del virus è una cautela che va mantenuta. O finché le persone non saranno vaccinate».

Per i calciatori, però, i test continui potrebbero accorciare i tempi rispetto ai 14 giorni.
«I tempi non si azzerano comunque. Bisogna comunque aspettare qualche giorno, perché il contagiato inizia a risultare positivo dopo qualche giorno dall'infezione, nei primi giorni risulterà negativo anche se è già infetto. Gli esami vanno comunque ripetuti. Non ci vedo nessun problema se una società di calcio, come qualsiasi azienda privata che vuole per motivi produttivi far fare il tampone ai propri dipendenti, paga di tasca sua».

Il suo pensiero sulla nuova ondata?
«È un discorso epidemiologico. Dopo questa prima ondata la percentuale della popolazione italiana con gli anticorpi è bassissima. Se il virus ricomincia a circolare un ritorno considerevole è probabile, ma non significa che è sicuro. Non è possibile fare previsioni, dipenderà da come si riuscirà a contenere la nuova diffusione, da quanto le persone riusciranno a mantenere le precauzioni, da quanto si riuscirà ad arginare i focolai. Ma se si lascia circolare il virus è matematico che non si fermi».

Gli stadi quando potranno riaprire?
«È sempre un problema di probabilità: se la curva dei contagi sarà bassa, oggettivamente se abbastanza distanziati e all'aria aperta, dove la trasmissione è meno efficace, non è impensabile far tornare la gente negli stadi, con un numero ragionevole ovviamente, non potranno essere pieni. Il campionato poi dovrebbe giocarsi in estate, che è un periodo in cui diminuisce l'eventualità di propagazione».

Per ora la curva dell'epidemia sembra reggere l'urto. Cosa ci sarà da aspettarsi dalle riaperture del 3 giugno e quando vedremo gli effetti?
«Giusto per l'inizio del campionato... Difficile però prevedere adesso cosa succederà e che decisioni potrebbero essere prese».

Durante il lockdown ci sono stati tanti bersagli mediatici: gli anziani, i runner, la movida, addirittura virologi e epidemiologi, "accusati" di essersi presi la ribalta. Lei come la vede?
«Secondo me bisogna distinguere tra gli italiani e la rappresentazione che si restituisce degli italiani. Molto spesso la ribalta, soprattutto filtrata dai social network, dà voce al peggio delle persone, a chi la spara più grossa, quindi la percezione di massa è alterata. Se ci guardiamo intorno, invece, scopriamo che i vicini di casa e le persone che conosciamo davvero sono degli italiani pieni di buonsenso che hanno affrontato con maturità questa crisi. L'ideale sarebbe avere una maggioranza di popolazione che si sappia autoregolamentare. È chiaro che sarebbe bello non vedere in giro assembramenti o comportamenti irresponsabili che pure ci sono, ma restano un problema dovuto alla diffusa maleducazione. Lì sarebbe utile un confronto con un sociologo che ci possa spiegare di chi è la colpa: della famiglia? Della scuola? Delle frequentazioni? Ma è tutta un'altra storia».

Sul coronavirus escono ancora troppo spesso informazioni anche scientifiche incerte, per non dire contrastanti. Da cosa dipende?
«Bisogna vedere qual è la rappresentazione della notizia. L'Oms dall'inizio dell'emergenza a oggi, nei documenti, se si vanno a leggere bene, non si è mai contraddetta. Purtroppo a volte la comunicazione e la percezione sono parziali e quindi incomplete, o addirittura inesatte, specialmente laddove il messaggio può risultare complicato come in questo caso».