Pirro fu un grande capo militare, probabilmente secondo solo ad Alessandro Magno. Eppure il suo nome ricorre soprattutto quando si vuole tramandare la vicenda della sua stolta battaglia contro i romani vinta a carissimo prezzo circa 2300 anni fa: decimato, il suo esercito fu alla fine costretto alla resa. Chissà in quanti nei palazzi del pallone hanno esultato ieri dopo aver ottenuto il sospirato (e condizionatissimo) sì alla ripresa degli allenamenti collettivi, e chissà in quanti, invece, avranno capito quanto dovrebbe essere ormai chiaro da tempo e cioè che, con i vincoli stringenti posti dal Comitato Tecnico Scientifico, pensare di poter finire il campionato recuperando tutte le 124 partite ancora da giocare è semplicemente utopistico.

Ma in questa commedia delle parti ognuno deve recitare la sua e quindi ancora per un po' di tempo (giorni?, ore?) si proseguirà in questa atmosfera sospesa in attesa dell'ineluttabile, prima magari di valutare (a quel punto con colpevole ritardo) l'ipotesi playoff e playout (suggerita dal presidente federale Gravina sin dai primi giorni di crisi e poi dall'Uefa come soluzione rapida ed efficace per quei tornei, come la Serie A, difficili da terminare) o di arrendersi alla sospensione definitiva, per concentrarsi magari sulla prossima stagione, quella sì fondamentale per evitare crisi epocale e fallimenti storici.

Durissimo il Cts

Il via libera è arrivato ieri a pomeriggio inoltrato, preceduto da un comunicato congiunto dei ministri della Salute Speranza e dello Sport Spadafora: «Il parere richiesto dal Governo sul protocollo presentato dalla Figc è stato espresso dal Comitato Tecnico Scientifico e conferma la linea della prudenza sinora seguita dai ministeri competenti. Le indicazioni del Comitato, che sono da considerarsi stringenti e vincolanti, saranno trasmesse alla Federazione per i doverosi adeguamenti del Protocollo in modo da consentire la ripresa in sicurezza degli allenamenti di squadra a partire dal 18 maggio». Sembra un sì, ma dai vincoli stringenti è chiaro che era un bel no grosso come una casa, tanto che nella valutazione i venti superesperti del Comitato non hanno avuto paura di definire il protocollo della Figc «largamente lacunoso e imperfetto».

Per farlo diventare un sì sarà necessario che vengano rispettate soprattutto tre condizioni, come ha ribadito lo stesso Spadafora in serata al Tg1: la prima, già ormai nota, è che in caso di evidenze di nuovi contagi, tutti i giocatori di quella squadra dovranno andare in quarantena obbligatoria, anche se limitatamente al periodo degli allenamenti (intanto le due settimane dal 18 al 31 maggio) con i gruppi chiusi e in ritiro sterile non ci sarà neanche la necessità della misura della quarantena. Il problema semmai si porrà se, ammesso e non concesso che si porterà a termine il lavoro degli allenamenti, si dovesse davvero partire con il campionato (ma nel caso ci vorrà un altro protocollo, il Cts si è limitato a valutare quello degli allenamenti): è chiaro sin da oggi che quando invece si uscirà dai centri sanificati per giocare le partite, un eventuale contagiato costringerà alla quarantena non solo i suoi compagni di squadra, ma anche gli avversari più recentemente affrontati (che a loro volta nel frattempo avranno già rigiocato). Dunque, quattro o sei squadre in quarantena, quindi nuova e definitiva fine del campionato.

Un altro punto chiave riguarda i tamponi: «ce ne vorranno tanti (20.000 secondo le stime più ampie), procurateveli dove volete ma non a scapito della popolazione». E anche su questo punto diverse società potrebbero andare in difficoltà e ritrovarsi costrette ad affidarsi a qualche speculatore. Terzo e ultimo, e forse ancor più nodoso degli altri, punto è quello sulla responsabilità: chi se la assumerà se qualcosa dovesse andar storto e qualcuno dovesse ammalarsi, magari anche gravemente? Il Cts parla chiaro: saranno i medici sociali a doversi prendersi la responsabilità. Noi tempo fa ne avevamo sentito uno, anonimo: «Se il mio club mi chiederà questo, io mi dimetterò». Pare che siano in tanti a pensarla così: occhio agli eventuali cambi della guardia in infermeria.

La "bolla sterile"

Già prima che venisse diffuso il comunicato dei ministri, la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa era stata chiara intervenendo alla trasmissione radiofonica "La politica nel pallone", di Gr Parlamento: «È stata individuata una possibile via d'uscita tecnica per la ripresa degli allenamenti del calcio, sostanzialmente quella di una "bolla sterile" nella quale entrano giocatori e staff negativi, un grande ambiente sterile senza presenza di virus: e dovranno tutti restare in isolamento, come una grande famiglia». E questo è un altro punto di discordia. Perché su questo la Figc è stata sibillina: il suo protocollo prevedeva infatti la copertura di circa due settimane di tempo per il periodo della ripresa degli allenamenti, ma dato che l'eventuale ritorno del campionato non si concretizzerebbe prima di un mese, il periodo di ritiro continuativo e sterile dovrebbe arrivare a trenta giorni, prima di valutare un nuovo protocollo per giocare il campionato. C'è il rischio insomma che i giocatori dopo due mesi di isolamento famigliare ora ne debbano cominciare un altro di "almeno" un mese evitando qualsiasi contatto con l'esterno senza neanche avere la certezza di giocare. Certo, i presidenti potrebbero costringerli: ma sarebbe davvero il caso di arrivare a questo? Pirro docet.