Un milione e mezzo. È la cifra raccolta dal Frosinone grazie alla campagna di mini-bond, cioè micro-prestiti, organizzata assieme a Tifosy, la piattaforma di servizi finanziari legati al calcio che in passato ha costruito progetti di crowdfunding di successo e che ora si sta dedicando a strumenti più elaborati e redditizi. Redditizi per i club, ma anche per i tifosi e gli investitori che scelgono di sostenere i progetti di Tifosy: ad esempio chi ha prestato soldi alla società di Stirpe guadagnerà ogni anno per cinque anni l'8% di quanto ha prestato, di cui il 3% in credito da spendere in servizi presso il club e il 5% in contanti. Si tratta di un progetto pioneristico in Italia, che non vanta precedenti né per la portata delle cifre né per le modalità in cui è stato sviluppato. Grazie al finanziamento, il Frosinone realizzerà una serie di infrastrutture connesse allo stadio, tra cui un centro medico, una palestra, il Frosinone Village e una pista di atletica attrezzata attorno al nuovo impianto. Abbiamo parlato di questo progetto e del futuro di questi strumenti di coinvolgimento dei tifosi assieme a Nicola Verdun, rappresentante di Tifosy.

Nelle previsioni di Tifosy c'era quella di raggiungere un milione di euro con ben tre settimane di anticipo?
«Abbiamo fatto le nostre analisi per individuare un obiettivo raggiungibile, cioè un milione di euro. Abbiamo percepito subito una partenza molto forte e raggiungerlo dopo nemmeno quattro settimane è stata una dolce sorpresa».

Che ambiente avete trovato Frosinone?
«Una comunità coesa e un legame forte tra i tifosi e la società. Ovviamente ci era stato già descritto l'ottimo rapporto tra il presidente Stirpe e il territorio, ma poi sul campo abbiamo verificato che va ben oltre il semplice ambito sportivo».

Come mai un progetto così innovativo per l'Italia è partito da Frosinone e non da una grande città come Roma o Milano?
«Non c'è una vera ragione, questa opportunità è nata da un incontro tra me e Stirpe a Roma. Va detto anche che sulla carta le società medio-piccole hanno maggiore bisogno di finanziamenti alternativi rispetto alle società più grandi che magari hanno ancora accesso a quelli delle banche. Siamo felici di essere partiti con una società seria che non solo ha investito su un progetto sportivo e sullo stadio, ma che ha anche progetti importanti sulla città. Come Frosinone ci sono numerose realtà in Italia che possono avere la necessità di coinvolgere i tifosi attraverso uno strumento che porta sia un ritorno di immagine che finanziario».

Quanto conta nel tifoso la volontà di prestare dei soldi al club tifato a un tasso migliore rispetto a quello che offrirebbe un istituto di credito?
«Questa è un'operazione finanziaria. Il tifoso, anche se lo fa per motivi di passione calcistica, sa che è un'operazione finanziaria e vuole sapere qual è la rendita, sia nel caso scelga la restituzione in contanti sia se preferisce usufruire del credito in servizi presso il club. Dalle nostre analisi risulta che la maggior parte delle persone che hanno investito nel Frosinone lo hanno fatto perché credono nella società e perché sono convinte che questi soldi potranno contribuire ulteriormente alla sua crescita nel futuro. C'è anche una componente di tifo, ma la motivazione principale riguarda l'investimento: persone che scelgono di non mettere i soldi sotto al materasso ma di investirli in un progetto in cui hanno fiducia».

Dunque il Frosinone ha ispirato grande fiducia.
«Certo. E questi progetti legati allo stadio faranno diventare lo stadio Benito Stirpe la vera casa dei tifosi del Frosinone. È il calcio che si mette a disposizione del territorio, tanto che molti di questi progetti riguardano servizi per i cittadini e attività sociali, ambiti verso cui la dirigenza del Frosinone è molto attenta».

Avete la percentuale di quanti degli investitori sono tifosi o abitanti di Frosinone e quanti invece vengono da altre parti d'Italia o del mondo?
«Al momento non so le percentuali esatte, ma ci sono stati degli investitori residenti a Roma, Napoli e Milano, così come persone che vivono all'estero, originari della provincia di Frosinone. Ma ci sono anche investitori che con Frosinone non c'entrano nulla e hanno semplicemente creduto nell'operazione».

Probabilmente avete un gruppo di investitori che vi seguono a seconda delle operazioni che proponete sulla vostra piattaforma.
«Abbiamo ricevuto telefonate di altre società, anche straniere, che volevano capire meglio ed erano intenzionate ad approfondire. Ogni società e ogni operazione è diversa, noi le calibriamo a seconda delle situazioni».

Qual è il futuro di questo tipo di iniziative nel calcio italiano?
«In Italia non abbiamo ancora ufficializzato nuove operazioni, ma stiamo parlando con molti soggetti. Non posso fare nomi. Si iniziano a interessare anche club di Serie A e noi, ovviamente, non ci mettiamo paletti e non abbiamo paura di alzare l'asticella. Ci tengo però ad aggiungere una cosa. Spesso si parla di noi come "azionariato popolare" e come "crowdfunding": noi invece offriamo una serie di operazioni finanziarie, tra cui anche il crowdfunding, su cui abbiamo puntato soprattutto inizialmente. Adesso però stiamo abbandonando questo strumento inteso come donazione e ci stiamo concentrando di più sulla raccolta di finanziamenti tramite bond (prestiti) o equity (acquisto di quote)».

Rispetto al Fair Play Finanziario della Uefa, come si pone lo strumento di raccolta fondi di Tifosy?
«Le nostre operazioni non hanno la garanzia sul bond, quindi aggiungere debito a società che hanno già ulteriore debito non è il massimo: a questi casi si addice di più un'operazione di equity, che invece dell'indebitamento prevede l'acquisto di quote della società da parte dei tifosi. Il bond è uno strumento che possono usare le società in salute e prima di accettare una collaborazione facciamo una serie di analisi per assicurarci che il possa essere pagato agli investitori».

Studiate come contrastare la lettura semplicistica ed errata secondo cui la società che usa questi strumenti "sfila" soldi ai propri sostenitori?
«La comunicazione è molto delicata, soprattutto quando si vuole convincere tifosi – o sedicenti tali – che vogliono solo attaccare la dirigenza. In linea di massima, con questo tipo di operazioni, è del tutto errato dire che i presidenti levano soldi ai tifosi, perché il caso di Frosinone ad esempio prevede che sia il club a far guadagnare ai propri tifosi soldi e altri tipi di benefit. Questo succede quando chi critica non conosce l'operazione, e quindi bisogna spiegarla bene, oppure quando c'è malafede, e in tal caso c'è poco da fare. Va detto che ciò che noi facciamo in Italia è qualcosa di abbastanza nuovo, perciò è importante che venga sviluppato con la società stessa per coinvolgere e informare al meglio i tifosi».