La vita di Giampaolo scorreva placida fino a qualche settimana fa, divisa tra ospedale, campo e casa e poi ancora casa, campo e ospedale. Ma da quando nelle nostre vite è entrato il Covid-19, il nome in codice del nemico che ci ha costretto a barricarci dentro casa, non c'è più campo, c'è poca casa e la vita, chiusa nelle mura dell'ospedale San Giovanni Battista, il nosocomio romano del Sovrano Ordine di Malta, è stravolta: «Anche se fammi dire che io non sono un eroe. Non sono né infermiere né medico, io sono il responsabile del magazzino, ma l'ospedale in pratica è la mia seconda famiglia e le cose che ho visto qua dentro nelle ultime settimane non le dimenticherò mai più».

Giampaolo per chi scrive è un amico, ma il suo cognome dice tanto pure per tutti i romanisti. Perché lui si chiama Superchi e il papà, Franco, è l'indimenticato portiere che oltre a vestire per qualche anno la maglia della Roma (vincendo peraltro due coppe Italia) era anche il secondo di Tancredi nell'anno di grazia 1983 (giocò una manciata di minuti nell'ultima sfida col Torino, col suo maglione grigio senza le spalline nere che invece aveva l'altro Franco, il titolare). E allora cominciamo da qua.

Franco, tuo papà, come sta?
«Sta bene, sta ovviamente in isolamento anche lui ad Allumiere, a casa. Tranquillo con mamma, non escono, aspettano che passi la bufera anche loro. È stato sul campo fino all'ultimo giorno prima del lock-down, è quella la sua vita nonostante i quasi 76 anni».

Bene, un abbraccio da tutto il Romanista. Dunque, ci racconti com'è cambiata la tua vita?
«Grazie, glielo darò alla prima occasione. La vita è cambiata purtroppo in maniera radicale, questa esperienza ti segna e ti cambia».

Tu non sei uno di quelli che sta in prima linea.
«No, io sono il responsabile dei magazzini di approvvigionamento dell'ospedale dei Cavalieri di Malta e di tutti i Poliambulatori che abbiamo in Italia».

Voi avete avuto qualche problema di approvvigionamento?
«Per fortuna no, la nostra direzione generale, la dottoressa Santaroni, è partita nei tempi giusti con tempestività e ci ha messo al riparo da qualsiasi mancanza, per fortuna».

In ogni caso stai vicino a chi combatte questo maledetto virus ogni giorno.
«Sì, purtroppo. Mi vengono due considerazioni spontanee: la prima è che ti rendi conto che non stai vedendo un film, ma quello che vivi è maledettamente reale. E poi porta delle conseguenze anche fuori dalle mura dell'ospedale, nei comportamenti di tutti i giorni».

Tipo dentro casa?
«Mi sono ritrovato con il piccolo di casa l'altro giorno, Gianluca, che mi guardava con curiosità mentre con i guanti aprivo la porta del bagno e poi pulivo e disinfettavo tutto. Diventi un automa, segui un iter procedurale dal quale non ti puoi sottrarre. Ti cambia tutto».

A un certo punto s'era diffuso il timore che anche a Roma potesse arrivare un picco di contagiati come quello della Lombardia. Siete stati allertati anche voi?
«Qui da noi il Covid è entrato il 5 marzo, quel giorno sembrava il preludio alla valanga. Il faro che ci orienta, a Roma, è quello dello Spallanzani, e per fortuna le notizie che arrivano da lì ci confortano, anche se l'allerta è continua. Non abbiamo certezze di nessun tipo. Ed è brutto sapere che qualsiasi cosa possa accadere c'è il rischio di non farsi trovare preparati. Da noi le procedure cambiano praticamente ogni 24 ore che incidono anche nei piccoli comportamenti».

Voi avete la terapia intensiva?
«No, ma è un'eventualità che è stata considerata. Nel caso non ci faremo trovare impreparati».

Hai visto però il Covid-19 negli occhi, per così dire.
«Io ho un ruolo di supporto, non sto in prima linea, non sto in corsia. Quella è gente che umanamente dovremo ringraziare per tutta la vita. Però io sto in contatto con loro sempre, basti pensare che tutto quello che va smaltito passa da qua, chi si deve vestire scende da noi, con il nostro complessissimo iter».

Tu sei anche un allenatore, sei abituato a parlare con la gente. Com'è cambiato il rapporto con i parenti degli ammalati?
«Intanto qui la direzione non appena arrivarono le prime avvisaglie ha chiuso le porte dell'ospedale ai parenti ed era ben prima che vivessimo il primo caso. È stata dura rapportarsi ai parenti, all'inizio non capivano neanche la natura del provvedimento, c'è stata qualche resistenza. Ma poi hanno capito tutti che fosse l'unica cosa da fare».

Come ti cambierà questa vicenda, quando e se si potrà tornare su un campo di calcio?
«Intanto non vedo l'ora di tornare. Poi spero non cambi tanto me. Ma magari spero cambi la mentalità di chi si approccia allo sport, e al calcio in particolare, con violenza e maleducazione. Magari a certa gente questo periodo di isolamento sarà servito almeno a questo».

E ai presidenti che vorrebbero tornare in campo già in questo mese che diresti?
«Li inviterei a passare due-tre giorni qui dentro. Sono sicuro che gli passerebbe la voglia».