Indisciplina. È la parola di (dis)ordine. Per chi del calcio, alle regole prima che al pallone, ha fatto una ragione di vita. La storia del football britannico è densa di esempi che vanno in questa direzione. Ostinata e contraria. Nei confronti del sentire comune, di precetti e imposizioni, di un'esistenza basata su norme e normalità. Agli antipodi rispetto ai calciatori soldatini, ai Mister "decide-il-mister" così inflazionati nel resto del mondo.

L'ultimo in ordine di tempo è Wayne Rooney. Non fosse bastato il ritorno a Old Trafford con annessa batosta rimediata dal suo Everton, il giorno dopo il tribunale di Stockport ha condannato l'ex Manchester United a una pena di due anni senza patente e cento ore di servizi sociali. Il centravanti era stato fermato dalla polizia nella notte del 2 settembre, ubriaco ben oltre le soglie consentite dai limiti del codice della strada. Il tutto con una avvenente modella al suo fianco. Risultato: pena che più dura non si può e matrimonio sull'orlo di una crisi di nervi. Old wild Wayne.

La bravata di Rooney si inserisce nel solco di una tradizione, rigorosamente britannica, che annovera una sfilza di bad boys. Il capofila è George Best, le cui gesta sono tramandate da una tale mole di letteratura, musica e cinematografia, da essere patrimonio comune di tutti i fan dei dissoluti. La sua biografia è ormai storia, i suoi aforismi narrativa contemporanea. La sregolatezza, soprattutto dopo la morte che rende imperituro ogni mito, è elevata a "semplice" genio, slegato dal binomio classico. Tanto da avere un aeroporto (quello di Belfast) intitolato a lui.

L'alter ego meno glamour di Best risponde al nome di Robin Friday. Rispetto a lui, Georgie appare quasi un tipo ordinario. Talento smisurato come l'illustre collega e un curriculum anche peggiore. Carriera iniziata da detenuto in riformatorio, nelle giovanili del Reading. Una partita non cominciata perché ubriaco al bar dello stadio, ma conclusa con gol. Un bacio a uno dei bobbies presenti a bordo campo per festeggiare la rete della promozione in terza divisione. Perfino un successivo pentimento rispetto al gesto, con tanto di dichiarazione politicamente scorrettissima: «Lo avevo visto tutto serio, invece era un momento di festa. Ma mi sono pentito di averlo baciato, visto che odio così tanto i poliziotti». In sintesi, una vita in preda ai fumi dell'alcol e ai deliri derivanti dall'uso smodato di Lsd. Condita da risse e gestacci pubblici, uno dei quali gli vale la copertina del disco dei Super Furry Animals, "The man don't give a fuck". Più eloquente non si può.

Sulle orme di Best anche a cavallo fra i due millenni, con Tony Adams e Paul Gascoigne. L'alcol come compagno fedele e al tempo stesso ineluttabile. Per entrambi un'esistenza di gran lunga sopra le righe, in campo e fuori. Tony è il capitano dell'Arsenal eternizzato da Nick Hornby e dal gol ad Anfield di Michael "History Man" Thomas. Ma da quel pieno di felicità al fegato perennemente spappolato, il passo è troppo breve e Adams finisce in galera, abbandonato dalla moglie, privato del figlio. Sul versante opposto di Londra Nord, sponda Spurs, sorte simile per Gazza, oggettivamente dotato di smisurato talento - nonostante i suoi trascorsi italiani - clownesco già in campo (e in gioventù), consumatore manifesto di birre fin dagli esordi. Ultimamente immortalato seminudo e alticcio, ma in tanti sospettano che siano gli stessi impietosi tabloid a provvedere alla "spesa".

Consacrato in Inghilterra, casacca del Man U (dopo una tappa ricca di gloria a Leeds), di sangue franco-italiano, ma soprattutto bollente, un "maledetto" per antonomasia: Eric Cantona. Il calcio volante sferrato al tifoso del Crystal Palace fa parte dell'iconografia del football dei cattivi. Come il resto della sua carriera: gesti meno eclatanti, ma ben oltre i confini degli schemi. Gesti no rules. Che rendono Re.