«Siamo la prima ‘peña' dell'Athletic Bilbao nata fuori dai Paesi Baschi». Emiliano Gabrielli, informatico di Torino, è il presidente di un gruppo di tifosi molto particolare: i Leones Italianos o, per dirla in basco, gli Italiako Lehoiak. Mercoledì a Perugia ci saranno anche loro: non capita mica spesso che l'Athletic giochi da queste parti. «Siamo nati nel 2000 e l'anno prossimo saranno 20 anni di storia, stiamo già organizzando i festeggiamenti. Siamo circa 150 persone, italiani appassionati dell'Athletic oppure baschi residenti in Italia. Il boom di iscrizioni c'è stato durante l'era di Bielsa».

Ogni anno i "Lehoiak" organizzano una trasferta collettiva al San Mamés, un pranzo di Natale e un'assemblea, che a settembre si svolgerà proprio a Roma. «Siamo anche parte della Agrupación Internacional, che coinvolge i tifosi dell'Athletic di tutto il mondo, tra cui molti baschi della diaspora, figli e nipoti di persone emigrate sotto il franchismo, che sono in California, in Messico, a Cuba, in Venezuela».

I Leones Italianos in occasione di Torino-Athletic nel 2015

«Al Curi mercoledì saremo in una trentina, non tanti», spiega Emiliano, «perché purtroppo è stata organizzata all'ultimo e ci ha colto quasi tutti in partenza per le vacanze. Per me sarà la prima partita dell'Athletic in Italia a cui non andrò». Sarà per loro una buona occasione per iniziare ad assaporare quella che sarà la rosa del 2019-20, dopo una stagione di alti e bassi: «Veniamo da un anno travagliato. A dicembre avevamo vinto solo la prima partita. Berizzo è stato mandato via e al suo posto è arrivato Garitano. Fa un gioco molto basco: si picchia, si difende e si corre parecchio. Questa estate quasi non c'è stato mercato, né in uscita né in entrata, ma la differenza è che il tecnico ha potuto svolgere tutta la preparazione, che per lui conta molto».

Chi tenere d'occhio a Perugia? «Beh, quest'anno è esploso come centravanti Iñaki Williams, tanto che la bandiera Aduriz fa panca e a fine anno smetterà. Muñain ha preso i gradi da capitano: è un giocatore maturato tardi, ci si aspettava una crescita più veloce. E poi abbiamo Oihan Sancet , un classe 2000 preso dall'Osasuna: si è infortunato subito, ma se ne sentirà parlare molto in futuro. Obiettivi? A noi basta andare in Europa e competere in Liga tenendo fede alla filosofia che è alla base del club».

Già, una filosofia. Perché chiunque ami il calcio sa che l'Athletic Bilbao non è una squadra normale. Territorio, identità, cultura e politica si fondono in un mix che rende di biancorossi un simbolo internazionale dell'identità basca. Una caratteristica su tutte: quella di schierare sempre e solamente calciatori nati o cresciuti calcisticamente nel Paese Basco, comprese le province francesi. Una regola che, col passare dei decenni, è divenuta una sfida al calcio moderno: restare ad alti livelli avendo ridotto in maniera drastica il bacino da cui pescare calciatori, nell'epoca in cui anche i settori giovanili sono pieni di ragazzi di ogni parte del mondo, scovati da chissà quale scout con chissà quale algoritmo, o inseriti in chissà quale trattativa da chissà quale procuratore.

La presenza quasi continua in Europa, i piazzamenti in Liga e anche la bacheca dei trofei dicono che sì, creare un legame strettissimo con le scuole calcio e i club dilettantistici del territorio può portare molto alle squadre dei massimi campionati. «Poi Roma ne sa qualcosa: da Totti a De Rossi, da Pellegrini e Florenzi… Se penso ai talenti che avete avuto nati o cresciuti in città viene fuori un undici fortissimo», nota Emiliano. E come dargli torto. L'Athletic è, secondo lui, l'unica cosa che riesce a far superare le divisioni politiche a Bilbao: «Certo, la tifoseria più calda è indipendentista e di sinistra, mentre la dirigenza è vicina al Partito Nazionalista Basco, conservatore, ma la domenica vanno tutti allo stadio. Ad esempio, per la costruzione del nuovo San Mamés la giunta ha superato ogni sovvenzione e ha facilitato il progetto, perché l'Athletic viene prima di tutto». Roba dell'altro mondo, eh?

Vecchie e nuove "cattedrali"

A proposito di San Mamés. Quello di oggi, in realtà, non è il San Mamés nella forma che lo ha reso celebre nei decenni. Perché la Catedral era la Catedral, come conferma Emiliano: «Ci portai dei ragazzi della vecchia Maratona di Torino e mi dissero che non c'era nulla di comparabile. Al vecchio San Mamés cantavano e saltavano tutti, anche il vecchietto col bastone. Era un vulcano, soffiavamo sul pallone. Il nuovo stadio architettonicamente è un gioiello, ma è molto dispersivo. Inoltre, la parte più calda della tifoseria è stata messa dietro alla bandierina del calcio d'angolo, non dietro la porta, e se ne risente. Il vecchio stadio era spartano, portava meno a rilassarsi, non c'era spazio se non per stringersi e tifare insieme. Ora il sedile è comodo, lo stadio è più aperto... Ma comunque nelle partite importanti sembra quello di una volta, chiedete ai tifosi del Napoli venuti qui nel 2014. Un'altra novità, è che da qualche tempo ogni tanto si fischia il calciatore che non gioca bene. Prima questo non succedeva».

Il presidente dei "leoni italiani" ci tiene a chiudere l'intervista con un appello: «Non chiamateci "Atletico" Bilbao! L'Athletic Club si chiama così perché è stato fondato dagli inglesi che estraevano il ferro in miniera. Atletico Bilbao è il nome che impose Franco durante la spagnolizzazione dei nomi sotto la sua dittatura. Ecco perché odiamo essere chiamati così».