«Cosa hanno fatto i Romani per noi?» si chiedeva ieri il "Daily Star" in una prima pagina a metà tra la denigrazione e l'ammirazione. Il tabloid infatti presenta un elenco dettagliato dei meriti dei Romani e degli italiani in generale. «Cosa hanno fatto i Romani per noi?...A parte gli acquedotti, le fogne, le strade, l'irrigazione, l'educazione, il buon vino, l'ordine pubblico, le deliziose terme, le belle donne, gli impeccabili uomini soavi e la pizza con l'ananas». C'è proprio la foto della pizza, in prima pagina, per quanto sull'abbinamento si possa discutere... Insomma, tra il serio e il faceto, un tentativo per smorzare le polemiche seguite al calcio di rigore concesso all'Inghilterra contro la Danimarca. Con tanto di "richiamino" sulla simulazione di Immobile contro il Belgio nel momento del gol di Barella.

Ne hanno fatte tante, i romani, per gli inglesi. In Inghilterra, in particolare, dove domenica si giocherà la finale dei campionati Europei. Fin dalla prima volta, il 14 novembre 1934 ad Highbury. L'Italia campione del mondo sfida gli inglesi, che ai Mondiali non partecipano, perché si ritengono superiori. L'Italia va sotto 3-0 e resta in 10, ma nel secondo tempo segna due gol e mette sotto coloro che si autodefiniscono "Maestri". Al punto tale che la stampa britannica dell'epoca riempì di elogi gli azzurri, uno di loro in particolare: Attilio Ferraris, che anche se aveva momentaneamente cambiato squadra era e sarebbe sempre rimasto un simbolo romanista. "Ferraris IV merita un inno - scrive Bruno Roghi - Il fuoco lo accende, le difficoltà ne esaltano l'ingegno, ha speso un tesoro di energia. Ha fronteggiato da pari a pari il rude Barker, perno della squadra inglese". Al ritorno a Roma fu accolto da una folla di ammiratori e divenne quel giorno il "leone di Highbury". Con lui, in campo, c'erano anche Enrique Guaita, uomo-gol della Roma, e i due futuri romanisti Monzeglio e Allemandi.

Ne hanno fatte parecchie, i romani, in Inghilterra. Terreno su cui vincere era considerato praticamente impossibile. Fu un'impresa, il 6 maggio 1959, pareggiare 2-2. In campo c'era un giocatore della Roma, Franco Zaglio, e in panchina, nella commissione tecnica, Vincenzo Biancone. E per vincere ci volle, il 14 dicembre 1973, esattamente 39 anni dopo i leoni di Highbury, il gol di un centrocampista che era diventato grande nella Roma: Fabio Capello. Una vittoria, la prima in terra inglese, simbolo di una generazione e riscatto per i tanti emigrati accolti dalla stampa del luogo in maniera non proprio amichevole. «Ci saranno migliaia di camerieri a Wembley». E il gol di Capello impreziosì ogni tavola.

Passano gli anni, l'Italia pareggia 0-0 a Wembley in amichevole nel 1989, con in campo Giuseppe Giannini, e torna a vincere nel 1997, in una partita valida per le qualificazioni ai Mondiali del 1998. Gol di Zola e una difesa che si sarebbe detta d'altri tempi, tempi che erano tornati, perché in panchina c'era Cesare Maldini. Passano gli anni, cambiano i tempi. Il 27 marzo 2002 ci sono meno camerieri e tanti studenti che partono da Londra per andare a Leeds, dove a Elland Road si gioca Inghilterra-Italia. È una Nazionale molto romanista, benché guidata in panchina da Giovanni Trapattoni. «L'uomo da temere è lui», titolano i tabloid, con la foto di Francesco Totti in copertina. In campo, oltre al capitano, c'è anche Christian Panucci e in panchina ci sono Damiano Tommasi e Vincenzo Montella. L'aeroplanino entra nel secondo tempo proprio al posto di Totti, che subisce un calcione e si fa male. Dopo 23 minuti Fowler porta in vantaggio la nazionale dei tre leoni. Ma Vincenzo Montella si traveste da leone di Highbury e pochi minuti dopo pareggia con un gran gol da fuori. Nei minuti di recupero è lui a realizzare il gol della vittoria.

Domani sarà un altro Inghilterra-Italia e si torna in uno stadio che del vecchio Wembley ha solo il nome. Con tanti italiani. Camerieri, turisti del pallone, studenti o ex studenti che nel frattempo si sono costruiti una vita a Londra. Città che, in fin dei conti, è essa stessa una delle tante cose fatte dai romani, quindi romanisti. Perché, come dice un allenatore che a Londra ha vinto tanto, avendo il nome, i colori e il simbolo della città, la Roma si confonde facilmente con Roma.