Nonostante siano passati quasi diciotto anni dall'uscita nelle sale di "Le Fate ignoranti" e, in questo momento, sia alle prese con l'impegnativa promozione mondiale di "Napoli velata", Ferzan Özpetek non si perde la possibilità di prendere parte alla Masterclass a lui dedicata da Videocittà, per presentare la restaurazione del suo storico film. Pellicole molto diverse quella "partenopea", costruita su un mosaico noir e carnale di passioni e segreti da disseppellire, rispetto a quella del 2001, più intima e piena di riverberi di tenerezza e dolore, connesse l'una all'altra da una inesauribile poliedricità poetica che si rende firma riconoscibile di tutti i lavori del cineasta turco. Arriva con un'ora in anticipo, Özpetek. Circondato da persone, addetti ai lavori e fotografi che sembrano diventare un tutt'uno con la sua ombra, con la calma di chi è abituato a convivere con il brusio creato dalla sua sola presenza, con un cenno di sorriso mi saluta.

Oggi siamo qui per vedere la digitalizzazione de "Le Fate ignoranti". Cosa cambia nel restaurare un film del 2001, rispetto a un opera più antica?
«Solitamente si ricollega il concetto di restauro a film di cinquanta anni fa, o giù di lì, e che siano quelle pellicole così lontane dal presente ad aver bisogno di tornare alla vita con colori, luci ed immagini più attuali. Non viene in mente, invece, che il restauro possa essere utile anche per film relativamente giovani. Per questo motivo quando ho iniziato a farlo su ‘Le Fate ignoranti' non credevo sarebbe cambiato tantissimo, ma mi sbagliavo. Il passaggio dalla pellicola al digitale è stato stravolgente e ha tirato fuori colori tersi, o a volte troppo accesi, che non pensavo ci fossero. Mi ha fatto un effetto strano rivedere il film con questo nuovo look ed è stato divertente sperimentare un cambiamento del genere».

I film non si vedono più solo al cinema. Si ha un approccio differente nel dirigerne uno sapendo che questo sarà fruito, non più solo in sala, ma anche su altre piattaforme?
«L'altro giorno mi sono imbattuto in una pubblicità che promuoveva la possibilità di vedere i film sul telefonino e questa mi ha fatto riflettere molto. L'approccio verso le nuove piattaforme cambia tantissimo il modo in cui uno lo va a dirigere e con lui mutano anche le modalità con cui si deve attirare lo spettatore e la forma con cui lo si presenta. É normale che sia così. È il progresso. L'evoluzione è un fattore insito nella natura umana e questo non deve essere per forza un male, anzi. Inoltre, secondo me, questa è un'evoluzione inconscia, senza troppi traumi d'impatto. Ti adatti e non lo fai con razionalità, è solo il mondo che va avanti e tu ci sei dentro. Anche io sono abituato ormai a vedere un film in attesa di un colpo di scena, di situazioni che stravolgano la trama. È una velocità diversa, rispetto a quella di qualche tempo fa, ma noi siamo gli artefici di tutto».

Quali sono, secondo lei, i valori sempreverdi della regia?
«Quello che girerò prossimamente è il mio quindicesimo film ma, sin dagli esordi, sono stato trainato artisticamente da quello che sentivo di fare. Ho scelto ogni attore perché era quello che ricercavo per interpretare quel ruolo, senza dare peso alla fama o alla notorietà, e le storie che ho raccontato non sono mai state pensate per piacere. In ogni pellicola ho preferito rimanere fedele alla mia verità piuttosto che ricercare accondiscendenza o approvazione. E per fortuna pare mi sia andata bene».

Quale dovrebbe essere il compito del cinema nella società?
«Secondo me il compito del cinema non è un compito. Il cinema deve riuscire a provocarti delle emozioni, ti deve smuovere in qualche modo. Non importa come, se ti fa commuovere, ti fa ridere o ti faccia riflettere, l'importante è che non ti sia indifferente».

Istanbul e Roma sono le sue due città, che rapporto ha con loro?
«Istanbul è la mia città natale, quella con cui condivido i ricordi dell'infanzia e della mia famiglia ma Roma è la mia città di vita. Quando penso a casa mia, penso a Roma, anche se purtroppo la vedo in una situazione molto difficile. La vedo piena di difetti e non comprendo come mai non si aggiustino le cose. Non capisco perché, per esempio, abbiano messo delle luci bianche ad illuminare una città che ha sempre avuto il suo fascino nei lampioni soffusi, non capisco perché non asfaltino le strade e lascino l'immondizia ai bordi del marciapiede. Non capisco molte cose in questo momento però, nonostante tutto, Roma si difende con i denti e, anche adesso che non splende, rimane bellissima».