Ci sono grandi ospiti in Fiera a "Cavalli a Roma", la manifestazione per conoscere e amare gli animali e la natura, con otto padiglioni di gare, spettacoli, convegni e spazi commerciali. Iniziata venerdì 15 febbraio, si chiude oggi e, come ogni anno, porta con sè il risultato di un successo da urlo. Ieri ad esempio, passeggiando per i padiglioni dell'edificio, abbiamo incontrato l'attore Maurizio Mattioli, presente come ogni anno all'evento. La sua passione per i cavalli, infatti, va quasi di pari passo con quella per la Magica. Si siede e con il nostro giornale in mano ci chiede di Zaniolo : «Speriamo non vada via pure questo».

Maurizio, come ogni anno, da grande appassionato, sei qui a "Cavalli a Roma". Si parla di cavalli, salute, sport e sostenibilità.
«Come al solito non posso mancare. Sono anni e anni che vengo, mi fa piacere, anche solo respirare l'aria, vedere i bambini sopra i cavalli, la gente che li accarezza, vedere le gare. Per me il cavallo è come il cane e il gatto, non posso concepire che all'interno di una famiglia manchi questo animale. Ha la stessa importanza. Uno che ha uno spazio perché non deve avere un cavallo? Mi sembra una cosa talmente naturale...».

Dalla passione per i cavalli a quella per la recitazione. Stai preparando uno spettacolo che andrà in scena al teatro degli Audaci. Ci vuoi anticipare qualcosa?
«Se non si frappone una possibilità di una grossa produzione televisiva attualmente in corso di valutazione, farò questo spettacolo che andrà in scena a marzo. Lo scrivono Pablo e Pedro insieme a me, che sono due persone straordinarie, oltre che due bravissimi autori, Nico Di Renzo e Fabrizio Nardi. Si chiama "Rieccheme qua", parlerà di qualche aneddoto di vita passata, scorrerà qualche vecchia fotografia, ci saranno due canzoni dedicate al grande Califano, un cabaret teatralizzato».

L'anno scorso a teatro hai reso omaggio a un altro grande della scena cinematografica romana, Aldo Fabrizi.
«Si intitolava "E qua so io", era un vero e proprio testo teatrale scritto dal grandissimo Giuseppe Manfridi. Sono molto felice di averlo fatto. Nella scena interpretavo Fabrizio seduto sulla sua poltrona, immancabile, ma ogni tanto m'alzavo, me sbottonavo e dicevo "scusate qua so' io, Maurizio". Poi Giuseppe è il più grande drammaturgo in circolazione, grande tifoso romanista. Ha scritto una serie di sceneggiature come "Roma-Liverpool", triste ma bellissimo, oppure "Il gesto di Pedro", dove raccontava di Carlo Petrini e delle sue scuse al pubblico per aver sbagliato un goal».

Lo conosciamo, ha spesso collaborato col Romanista. Quando ti rivedremo sul grande schermo invece?
«Abbiamo fatto "Din Don", ci sarà un seguito ma non so dirti quando. Poi nel corso del 2019 usciranno "Non è vero ma ci credo" e "A mano disarmata" sui fattacci di Ostia. Racconta la storia vera di una giornalista di Ostia, Federica Angeli, che vive sotto scorta e a interpretarla sarà Claudia Gerini».

"Piper", "Tifosi", "Un'estate ai Caraibi", "Il pranzo della domenica". Sono tutti film nei quali hai recitato firmati dal grande Carlo Vanzina, scomparso lo scorso anno...
« "Il pranzo della domenica" è un capolavoro, io e Papaleo prendemmo la nomination per questo film. Vanzina e Pingitore sono stati fondamentale nella mia vita, sia di uomo che di attore. Nel giro di quattro anni mi è morta una moglie, Califano e Vanzina…parliamo d'altro, è meglio (e si commuove, ndc)».

Parliamo di argomenti felici, più o meno. Parliamo di Roma, la città.
«E de che vuoi parlà? Essere romani, così come napoletani, è un modo di essere. Solo tu sei così. Roma è la storia, la bellezza universale che ha resistito a tanti barbari, eppure è sempre andata vittoriosa dappertutto. Pensa solo ai chilometri che ha percorso Giulio Cesare a cavallo. Oggi non è più quella di una volta. Oggi è una metropoli, ho tanto voluto che lo diventasse, una città come Parigi, New York, Tokyo. Basti pensare al raccordo anulare, ormai è dentro Roma. Questo ti dà la misura esatta di cosa sia diventata. Ma l'amore per Roma è sempre imprescindibile. Io, da romano, la posso criticare però se sento qualcuno che critica Roma mi innervosisco. E poi farsi attaccare per due buche e per la monnezza, dai su».

E della Roma, la squadra. Che ne pensi?
«La squadra ci fa' disperà. Poi ti disperi ancora peggio perché inanella una serie di grandi risultati e poi ti pareggia, ti perde a casa, piglia sette goal. La cosa drammatica è non capire cosa succede. Se ci fosse un problema certo sarebbe meglio. Io sono sincero, non mi convince il presidente. Viola e Sensi alle 8 di mattina aprivano loro gli spogliatoi, oh. Va benissimo che metti i soldi, ma la gestione deve essere vera. Mo' fa lo stadio, ma è suo, non è della Roma. Lui ha spiegato il senso, ma resto perplesso».

Con quale giocatore della Roma di una volta avevi o hai ancora rapporti di amicizia?
«Ho sempre avuto un buon rapporto con i calciatori della Roma. Ero amico con Fulvio Collovati, con tutta la Roma di Viola, quella degli ultimi anni di Liedholm e poi quella di Radice. In quegli anni andavo sempre allo stadio, adesso non vado più. All'Olimpico non vedi niente, pure in tribuna ce vo' il geometra pe' riconosceli. Poi altri che sento sono Bruno Conti e Chierico».

L'addio di Francesco Totti come l'ha vissuto?
«Male, molto male. Non sono andato allo stadio, stavo a casa e cercavo di non vedere la televisione, anche se poi non ce la facevo proprio. Sono cose brutte, come quando ha smesso Rocca. Non si dimenticano mai, è la fine di un'era, una parte di storia che si chiude. Fa male».

A proposito del Capitano... ma questo numero 10 a Nicolò Zaniolo lo darebbe?
«Zaniolo è bravo. Come tutti i grandi campioni gli viene tutto facile, non suda, non si avvelena con la bava alla bocca. Ha sempre la stessa espressione. È proprio nato per questo. Si vede. Dovrebbe essere Totti a consegnargliela. Mi piacerebbe che giorno andasse lì, in conferenza stampa, con la maglia numero 10 con scritto Zaniolo e gliela consegnasse dicendo "Mi farebbe piacere che la portassi tu". Sarebbe una grande cosa, se ne parlerebbe per anni».