Gente di mare, gente di cuore. Bandiere che sventolano cullate dal vento del Tirreno. Daniele, profeta in patria. Alessandro, un ramingo che dopo tanto peregrinare ha trovato casa lontano da Livorno, al contrario del fratello Cristiano, bandiera amaranto. Il suo posto nel mondo, dopo dieci anni fatti di scelte importanti, momenti difficili ed enormi gioie, è Parma: dall'incubo del fallimento al record di tre promozioni in tre anni, dalla Serie D alla Serie A. Poi la decisione: smettere. A quasi 41 anni, ma nel momento più alto, rinunciando a giocare la massima serie appena conquistata. Domenica Alessandro Lucarelli verrà a Roma da club manager dei crociati e vedrà ammainarsi un'altra bandiera: Daniele De Rossi. E questo è ciò che ha da dirgli.

Cosa hanno in comune Alessandro Lucarelli e Daniele De Rossi?
«Il fatto che abbiamo amato la nostra maglia al di sopra di tutto e di tutti. Abbiamo dato tutto per lei, come anche ha fatto Totti. Questo la gente ce lo riconosce. Mi spiace per l'epilogo della storia di De Rossi alla Roma. Non sto dentro, non posso dare un giudizio sulle cause. Posso però raccontare la mia storia: ho avuto la fortuna di avere una società che negli ultimi anni mi ha sempre chiesto "Cosa vuoi fare?" e che alla fine mi ha sempre detto "Decidi tu". Una fortuna che mi sembra Daniele non abbia avuto».

Ha lasciato la maglia crociata dopo la promozione in A. Quanto aiuta un traguardo ad accompagnare decisioni così?
«Quando ho smesso, subito dopo la promozione, mi sentivo di poter giocare ancora un altro anno quel campionato che mi ero conquistato. Ma poi ho pensato che fosse il momento più alto e quindi più giusto per smettere».

Alessandro Lucarelli nelle vesti di dirigenti del Parma ©LaPresse

Come si vive un addio del genere in campo? Vince il professionista o vince l'emozione?
«Daniele sarà condizionato. Inizierà a ripensare a tutti gli anni passati con la maglia della Roma addosso. Sa bene che c'è uno stadio tutto per lui, tanta gente è venuta solo per il suo addio. Questo lo sentirà sulla pelle, è inevitabile».

Di De Rossi è stato detto che è un dirigente in campo. Ci si ritrova?
«Il dirigente in campo l'ho dovuto fare l'anno del fallimento, e ci aggiungo purtroppo. Chi ci gestiva è scappato e ci ha lasciato ad affondare. Io ho fatto da referente soprattutto per i tifosi, perché erano loro che subivano il danno maggiore. Mi sono sentito in dovere di provare a salvare il Parma. In quel periodo ho vissuto tante esperienze che mi hanno arricchito fuori dal campo».

Entrambi siete dei riferimenti nel difficile rapporto tra tifoseria organizzata e dirigenza.
«Sicuramente è difficile mettere d'accordo tutti quando si parla di società e tifoseria. A mio vantaggio c'era la fiducia della gente verso di me: avevano capito che agivo per l'interesse della squadra e non nel mio. E in questo mi sento vicino a Daniele, che è cresciuto nella Roma e l'ha vissuta per quasi vent'anni. Prima di essere un calciatore è un tifoso e un tifoso la propria squadra del cuore non la tradisce mai».

L'ultima trasferta di De Rossi: Sassuolo-Roma ©LaPresse

Avete giocato contro 15 volte, oltre 1.000 minuti in campo insieme.
«È sempre stato uno tosto, incazzoso. Nei fatti, mai nelle parole. A volte ci si insulta in campo, lui mai. Magari ti entrava duro, poi però ti dava la mano e ti rialzava. Un giocatore vecchio stampo, di quelli di una volta, che purtroppo oggi si vedono sempre meno».

Nel cosiddetto calcio moderno le bandiere possono ancora esistere?
«È sempre più difficile che un giocatore sposi una causa come abbiamo fatto noi. Il calcio è sempre meno uno sport popolare. Prima il tifoso si identificava nel De Rossi di turno, c'erano più senso di appartenenza e unità di intenti. Ora questo si sta perdendo anno dopo anno. E penso che sia anche un motivo dell'allontanamento dei tifosi dallo stadio: il pallone è sempre più una macchina dello spettacolo, che lascia sempre meno spazio al sentimento e alla passione che c'era fino a una ventina di anni fa».

Un sentimento che per voi è di famiglia.
«Il modo di essere mio e di Cristiano è questo. Siamo persone genuine, sanguigne, di cuore. Io credo che in qualsiasi squadra abbiamo giocato questo sia stato apprezzato. Mio fratello a Livorno, a casa sua, con la sua gente. Io in una città diversa da quella in cui sono nato. Ma alla fine di tutto questo percorso, aver acquisito la stima dei tifosi è la soddisfazione più grande che possa aver ricevuto in carriera».