Sarebbe stato bene capirlo, Gigi Delneri. Con quella sua parlata in cui se abbondavano le erre, si poteva perdere il filo del discorso. E potrebbe valere anche per i giocatori della Roma che per 25 partite di campionato cercarono di decifrarlo. In campo e fuori. Era il campionato 2004-05, il friulano era sbarcato come quarto allenatore stagionale, dopo Prandelli, Voeller e Sella (solo per una partita). Ci provò, fu quasi tutto inutile. Fino a scegliere di alzare bandiera bianca, dimettersi e lasciare il compito di approdare alla salvezza a un Bruno Conti che perse un anno di vita nel tentativo di evitare che fosse proprio lui il tecnico di una retrocessione che avrebbe avuto dell'incredibile. Ci riuscì, ma fu una sofferenza sino alla penultima giornata.

Adesso, a distanza di qualche anno, con Delneri che oggi si ripresenterà all'Olimpico al timone di comando dell'Udinese, si potrebbero pure dimenticare le pene di quella stagione. Anche perché, a pensarci bene,e facendo i conti, furono i punti conquistati dal friulano a garantirci un'estate senza incubi. Ne fece trentaquattro (nove vittorie, sette pareggi, nove sconfitte) sui quarantacinque finali della squadra, appena tre in più del Bologna che retrocesse. Da queste parti, provò a riproporre il calcio con cui a Verona, sulla panchina del Chievo, aveva stupito il nostro calcio. Quella Roma, soprattutto nella testa, non era adatta a quel tipo di gioco. E forse questo è stato l'errore più grande di Gigi Delneri. Che, peraltro,nei suoi mesi romani, si dimostrò una persona educata, dai modi gentili e con un ego forse non troppo esasperato per poter resistere in una città come questa. La sua rivincita, peraltro, se l'è presa sulla panchina della Sampdoria, all'Olimpico, quando ci sconfisse in una partita che per noi profumava di scudetto. Ecco, ora basta. Oggi tocca alla Roma.