Ci sarebbe dovuta essere una bandiera bianca e blu nel settore ospiti dell'Olimpico. Con il volto di Federico Aldrovandi. Ma così non è stato a causa del divieto da parte di funzionari delle forze dell'ordine inflessibili, estremamente cavillosi. L'introduzione di bandiere negli stadi è difatti consentita soltanto mediante autorizzazione del Gruppo Operativo per la Sicurezza. «Non c'è spazio per le commemorazioni», si son sentiti risponderei mille tifosi arrivati da Ferrara, che hanno così deciso di restare in silenzio. E se c'è una cosa che la morte di Aldro ha insegnato è proprio il dover temere i silenzi. Quelli che hanno contraddistinto gran parte del processo, fino ad una verità emersa dopo dolore e lacrime, quello che ieri sera ha certificato l'enne simo episodio in cui la regola, che non sempre è sinonimo di giustizia, ha prevalso sul buon senso.

Roma contro Spal sarebbe potuta essere occasione per vedere un settore ospiti alle prese con un Olimpico non stracolmo, ma pieno di passione. Con tanti ragazzi alla prima assoluta, sfruttando la lodevole promozione indetta dalla società. Uno stadio che ha spinto l'undici giallorosso anche quando la partita aveva iniziato a percorre re i comodi binari del successo, ed ha scandito un cognome verso il settantesimo minuto, dopo che la notizia si era finalmente diffusa. «Aldrovandi, Aldrovandi, Aldrovandi» .

Con la prima rete di un romano e romanista sotto una Sud capace di ricordare a tutti cosa significhi difendere un capitano della Roma. Non dalle critiche costruttive, bensì dagli attacchi personali, oltre il limite stesso del diritto di critica. «DDR nostro capitano», il messaggio dei romanisti che hanno cantato con forza come fosse una prova in vista di una sfida da dentro o fuori. Quelle sere in cui la voce serve eccome, e da parte di tutti. Cantavano con passione i romanisti, ma non gli spallini. Loro in silenzio senza bandiere e stendardi. Senza cori e battimani. Senza nulla, se non il rispetto nei confronti di un ragazzo come tanti, come loro. «Quello sguardo di Federico, severo a guardarci dentro, forse fa paura alle coscienze di tanti. La vostra purezza per un gesto semplice ed umano che viene dal cuore, a qualcuno, non a tutti, darà sempre fastidio». Parole di papà Lino Aldrovandi a commento di una serata che sarebbe dovuta iniziare in altro modo. Magari con il ricordo congiunto e la bandiera di Aldro a guardare quella di Antonio, e viceversa. «La bandiera con il suo volto non è stata fatta entrare allo stadio. Roma è la mia città, ed io amo la mia città, ma io sto con Aldro», il messaggio di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. Un ragazzo come Federico a cui è stato tolta la gioia di sognare. Se il 2017 sarà ricordato come l'anno del ritorno del tifo organizzato nel cuore pulsante dell'Olimpico, esso ha mostrato ancora una volta il rovescio della medaglia.

Da una serata di Coppa Italia di fine gennaio con il divieto d'accesso ad uno striscione dei tifosi della Sampdoria. «Fratelli del centro Italia non mollate», indirizzato alle popolazioni messe in ginocchio dal terremoto e vietato a causa del materiale ritenuto non ignifugo e per esser stato preparato sul retro di alcuni manifesti elettorali. Un'annata proseguita con il secco "no"alla madre di Gabriele Sandri, desiderosa di recarsi sotto la Nord per ringraziare della coreografia in memoria del figlio.

Ci sarebbe dovuta essere una bandiera per Aldro all'Olimpico e non esiste regola alcuna che possa giustificarne l'assenza.