Quanto sei (più) bella Roma. Di tutti, è assodato. Ma di qualcuno in particolare. Lo racconta la storia, lo confermano i numeri. Né l'una, né gli altri smentibili. Aldilà di qualche slogan stantio, che ripetuto all'infinito cerca la dignità (senza trovarla) per assurgere a fatto. Quando invece i fatti dicono che da sempre non esistono paragoni. Noi sopra, loro sotto. Fin dalla prima volta (8 dicembre 1929, 0-1, Volk). E in ogni ambito: vittorie in Serie A (52 a 37) e in Coppa Italia (10 a 7), computo dei gol segnati complessivamente (210 a 164), cannonieri negli scontri diretti (i primi cinque sono Da Costa, Totti, Delvecchio, Montella, Volk, tutti romanisti). La storia siamo noi, qualcuno si sente offeso.

Ma non dovrebbe: l'attualità segue gli stessi binari del passato. Se possibile, li allunga. Nei campionati del nuovo millennio la Roma vanta 17 vittorie nei derby di campionato, a fronte di 9 pareggi e 8 sconfitte. Il parziale recita un eloquente "più nove", mentre le reti sono 55 contro 39. Anche se ci si sposta sulla Coppa Italia, trofeo scoperto dai dirimpettai soltanto da una ventina d'anni, il confronto si chiude con 4 successi a 2.

Tanto per chiudere ogni discorso, dall'anno di grazia 2000/1 la Roma è arrivata prima in classifica per ben 14 volte su 17, distanziando i rivali di sempre di ben 226 punti, ovvero 13,29 di media stagionale. Con punte di distacco di 37 (in realtà sarebbero state 7, ma loro hanno pensato bene di essere coinvolti in Calciopoli e ottenere 30 punti di penalizzazione) e 36 lunghezze di distacco nel primo ciclo spallettiano, di 26 nella seconda era romanista del tecnico toscano, di 34 con Ranieri e di 29 con Garcia.

Il confronto che non c'è (così come non è mai esistito neanche prima, bene ricordarlo), si apre con Fabio Capello. Il tecnico goriziano vanta una striscia di dieci derby consecutivi senza sconfitte (compresi due di Coppa Italia), con picchi di goduria difficilmente eguagliabili. Dal 17 dicembre 2000, consacrato dal mito del nuovo millennio romanista Paolo Negro, al 5-1 firmato dal poker di Montella e dal cioccolatino di Totti, una pennellata da trenta metri a scavalcare un attonito Peruzzi, prima di accarezzare la traversa e regalare la cinquina leggendaria. E ancora altre tre vittorie in campionato con la frequente griffe, in gran voga all'epoca, di Marco Delvecchio. Fino ad arrivare al doppio successo in coppa, che sancisce l'accesso alla finale nel 2003, e che dovrebbe servire a rinfrescare qualche memoria, a proposito di incubi. O presunti tali.

Con l'avvento di Luciano Spalletti sulla panchina della Roma, il conto sale e scende, ma fra le tre vittorie totali regala una perla assoluta, come quella del record di vittorie consecutive, centrato proprio in occasione di un derby vinto 2-0. È però Claudio Ranieri il sovrano incontrastato della sfida. Il tecnico di San Saba fa en plein, servendo un poker mai visto prima: nemmeno un pareggio, nemmeno per sbaglio, da vero profeta in patria. Uno dei suoi derby, il secondo sulla panchina giallorossa, è da estasi: in svantaggio di un gola fine primo tempo, con un rigore contro ad aprire la ripresa, termina con una vittoria in rimonta che confermala Roma prima in classifica e mortifica i dirimpettai, costretti a tifare contro la propria squadra qualche settimana dopo pur di non cadere nell'incubo (quello sì, reale). Poi un'altra qualificazione diretta in Coppa, stavolta in turno unico. La cinquina (inedito assoluto) sarà completata da Montella, che dopo aver segnato otto volte, apporrà il timbro anche da allenatore.

Dopo una parentesi poco felice, si riprende con Garcia prima e con lo Spalletti bis poi. Loro diffondono ai quattro venti lo slogan «non c'è rivincita». E la squadra li prende alla lettera: in quattro anni e per sette scontri diretti, effettivamente non rivincono. A stento riescono a strappare due pareggi, uno dei quali fa il giro del mondo per la sforbiciata e il successivo selfie di Totti. In un'altra occasione Yanga Mbiwa li fa piangere all'ultimo minuto dopo tre mesi di illusione nel derby col maggior valore di sempre. Dzeko gli rinnova le sofferenze e in uno scontro ne prendono quattro. Altro che incubi: sogni. Di gloria. Solo per noi.