Roma, la Roma e la politica. Roberto Morassut, 55 anni, è stato amministratore in Campidoglio con Rutelli e Veltroni e è oggi deputato con il Partito Democratico. Alla passione per i colori giallorossi unisce quella per la scrittura e nel 2016 ha pubblicato un libro che racconta una storia molto romanista: "Giuliano Taccola: la punta spezzata". «Da piccolo allo stadio vedevo sventolare la sua immagine - ci confessa - Era un disegno fatto a mano, sembrava un santino».

Su Taccola torneremo dopo, partiamo dall'inizio: come nasce il suo tifo per la Roma?
«La mia è una storia di tifo abbastanza classica. Si sviluppa in famiglia, in prima battuta attraverso mio cugino che mi ha trasmesso la passione per i colori giallorossi».

Seguiva la Roma allo stadio?
«Sì, soprattutto grazie a mio padre. Svolgeva il servizio sanitario presso lo stadio e qualche volta lo seguivo all'Olimpico. Così ho cominciato ad assistere alle prime partite. Erano gli inizi degli anni '70, la prima partita dovrebbe essere un Roma-Varese terminata 0-0».

E oggi?
«Non ho mai interrotto il mio rapporto con lo stadio. Non ci vado sempre ma quando posso ci vado ancora, insieme a mio figlio».

La Roma è anche questo: tradizione e passione.
«Le dirò di più: è uno dei pochi elementi identitari di questa città. Roma ha un'identità cittadina antica e radicata nel passato, ma in epoca moderna questa identità si è persa. La Roma in questo le ha dato una riconoscibilità molto marcata, soprattutto nell'immaginario popolare».

Il suo ricordo più bello legato alla Roma?
«Ce ne sono tanti, però quello più bello è lo scudetto del 1983. Coincide più o meno con il mio passaggio dal liceo all'università, un momento di cambiamento personale suggellato dalla novità di una vittoria tanto attesa. Quando hai 20 anni e la tua squadra del cuore vince lo Scudetto diventa tutto indimenticabile».

Quello più brutto?
«Ricordo partite tristissime negli Anni 70, quando la Roma non era forte e soffriva spesso. Ma forse il più brutto è il derby dove morì Paparelli. Quella morte cambiò in me la percezione di questo sport. Ebbi la sensazione che il calcio non era solo cose belle ma poteva nascondere anche un lato brutto».

Il suo idolo?
«Ne ho due: Di Bartolomei e Totti. Agostino era un grande esempio di professionismo e di lealtà sportiva. L'esito drammatico della sua storia lo ha reso ancora più amato».

E Francesco?
«Ho avuto il piacere di conoscerlo e mi ha colpito. È un ragazzo semplice, attaccato a valori che non ha mai tradito. È stato importante per la Roma».

Cosa pensa del progetto dello Stadio della Roma?
«Considero la costruzione dello stadio un momento fondamentale per il club. Le società che hanno grandi ambizioni devono dotarsi di un impianto di proprietà, è un passo importante per la tenuta finanziaria. Ma su questo punto mi permetta di rivestire i panni del politico».

Prego.
«La procedura del progetto di Tor di Valle mi è sembrata poco corretta fin dall'inizio. Non sto seguendo più il progetto da vicino quindi non mi sbilancio. Mi auguro solo che l'iter vada in porto tenendo conto non solo gli interessi del club, ma anche della città e della collettività».

Ritorniamo a Taccola, la Roma lo ricorderà contro la Spal.
«Sono felice della decisione del club di ricordare Giuliano con una maglia speciale perché qualche giorno fa avevo chiesto pubblicamente che la Roma onorasse Taccola nel giorno del 50° anniversario della sua morte che cade proprio in concomitanza con questa sfida».

Tra l'altro in uno stadio che si intreccia con la storia di Taccola.
«A Ferrara ha segnato forse il gol più bello della sua carriera. Una rete che ricorda certe azioni di Messi o di Baggio, un manifesto calcistico del talento di questo calciatore straordinario. Sono contento che la società abbia deciso di fare questo ricordo».

La sua fine tragica resta, ancora oggi, poco chiara.
«Taccola fu vittima di un sistema medico che non era ancora in totale controllo sull'aspetto sportivo. C'era una legge sull'idoneità sportiva che era anacronistica già per l'epoca. Nel suo caso specifico si sommarono anomalie non rilevate e fattori clinici subdoli che portarono alla morte».

Ieri Taccola, oggi Astori, in mezzo Morosini e tanti altri. Si può fare qualcosa per debellare le morti improvvise nel calcio?
«Già con la morte di Renato Curi qualcosa è cambiato a livello legislativo. Stupisce sempre quando atleti, allenati e monitorati tutti i giorni, sono colpiti da tragedie simili. Per questo il controllo e la prevenzione, soprattutto per i giovani, diventano fondamentali».

Il ruolo di Herrera nella vicenda Taccola?
«Su Herrera si sono dette tante cose, fu sicuramente un tecnico innovativo. È nota la storia delle pasticche che faceva prendere ai suoi giocatori. Era un personaggio nuovo per la Roma e il suo rapporto con lo spogliatoio fu da subito contraddittorio».

Non aiutò il suo comportamento dopo la tragedia di Taccola.
«Alla morte di Giuliano ci furono forti frizioni. Portò la squadra in ritiro per preparare la sfida di Coppa Italia con il Brescia. Per lui il calcio veniva prima di ogni cosa, un pensiero in antitesi con gran parte dei suoi calciatori che infatti vollero tornare a Roma».

La Curva Sud ha inserito Taccola tra i "figli di Roma". Il suo pubblico non lo ha mai dimenticato.
«I due anni di Taccola furono travolgenti. Spiccava per le sue doti tecniche in campo e per la semplicità nel rapportarsi con le persone. È emozionante che i tifosi si ricordino ancora di lui».

E allora quelli che andranno a Ferrara sabato strillino Forza Roma più forte, anche per Giuliano.