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L'analisi di Roma-Slovan Bratislava 4-0: Real o Slovan, per Gasp non cambia mai niente

L’artigiano di Trigoria conosce due soli modi per vincere: pressare alto e attaccare ampio e verticale. Contro qualsiasi squadra giochi

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
22 Ottobre 2026 - 07:00

Il tema lo avevamo già affrontato in qualche precedente edizione di questa rubrica, ma si ripropone poderoso ogni volta che la Roma supera agevolmente un’avversaria sulla carta più debole, proprio come ha fatto con lo Slovan Bratislava. Parliamo di uno dei più grossi vantaggi che, giocando alla maniera di Gasperini, ci si ritrova di serie, altro che optional. Ci riferiamo alla capacità di restare concentrati dentro una partita, a prescindere dal nome dell’avversario e persino dal contesto in cui la sfida si svolge. È anche uno dei motivi per cui raramente, nelle amichevoli, una squadra di Gasperini si esprime al cento per cento. Tutto ha a che fare con la filosofia stessa alla base del gioco di Gasp: le cosiddette pressioni estreme, uno contro uno in ogni zona del campo (che poi quest’ultima postilla non è vera, perché a volte esistono dei meccanismi di scambio tra giocatori che consentono di correre, magari all’indietro, per quaranta metri e non per ottanta, ma questo è un tema che tratteremo in un altro momento). Quel che invece è chiaro è che, quando c’è in palio qualcosa, nessun giocatore della Roma può permettersi di entrare in campo deconcentrato o di allontanarsi dall’obiettivo, anche fosse solo per qualche secondo. Infatti quando accade si sfiora il disastro. Recentemente è successo su quei calci d’angolo battuti dal Real Madrid, quando deve essere calato un velo davanti agli occhi, e probabilmente anche sui muscoli, dei giocatori della Roma, che all’improvviso, dopo il 3-2 così casuale, hanno pensato più a ciò che poteva sfuggire loro che al compito che ognuno avrebbe dovuto assumersi in quel momento. Ma è difficile che questo accada frequentemente.

Wesley o Lulli, la pressione è quella

La Roma non sente la pressione: la pressione la esercita sugli altri. E andare ad attaccare ogni singolo giocatore con quella ferocia trasferisce pressione agli avversari, scaricandola da se stessi. In prima battuta non devo pensare troppo e se faccio quello che devo fare, non devo pensare a nient’altro. Devo pensare semplicemente a impedire al mio avversario di essere pericoloso in quell’azione, sia che stia portando il pallone, sia che sia uno di quelli pronti a riceverlo. Che si tratti del Real Madrid o che di fronte si abbia lo Slovan Bratislava, la questione non cambia. Quando Wesley sa che deve occuparsi di Vinicius o di Barseghyan, cambia poco. Lo deve solo braccare, quasi impedire che riceva il pallone magari spalle alla porta. Gli deve stare addosso. Vale per Wesley come per ogni altro giocatore della Roma. Si può essere meno concentrati in amichevole, come dicevamo prima, perché le motivazioni non possono essere così feroci da spingerti al sacrificio costante, alla corsa continua, alla pressione estrema. Ricordate la Roma balbettante di agosto, nelle amichevoli europee? È bastato sentire il fischio d’avvio della prima di campionato per trovare all’improvviso la concentrazione più pura. I risultati sono cambiati: dai quattro gol subiti in amichevole con il Cardiff o i tre col Brighton ai quattro gol fatti in campionato con Fiorentina e Lecce. E se a Roma si presenta lo Slovan Bratislava, che in due partite ha subito cinquantuno tiri verso la porta giocando contro Paris Saint-Germain e Stoccarda, si può pensare che la Roma sottovaluti l’avversario, ritenendo che il compito sia facile? No. Ognuno ha il suo riferimento. Ognuno ha il suo avversario. Ognuno sa quello che deve fare. E cambia poco persino che giochi Wesley o Lulli, Ghilardi o Mancini. Non possiamo dimenticare che quel Toloi che andò via dalla Roma senza il rimpianto di nessuno è diventato negli anni il più affidabile difensore di Gasperini, arrivando a essere il giocatore più utilizzato nella carriera del tecnico di Grugliasco. Non possiamo dimenticare quello che si diceva quando i giocatori andavano via dall’Atalanta, sull’onda di supervalutazioni milionarie, e poi si ritrovavano da altre parti quasi sempre senza quell’allure che avevano a Bergamo. Prendete Ghilardi. Siamo passati dal meme di Gasperini che, nell’amichevole di Frosinone, appena arrivato sulla panchina della Roma, si chiedeva dove fosse finito il suo giovane difensore, a prestazioni alla Maldini come quella con lo Slovan, dove si è permesso persino il lusso di segnare un grandissimo gol con un tiro al volo di collo pieno, annullato solo per il dettaglio di una posizione di fuorigioco attivo di Castro, incidentalmente sulla traiettoria del tiro.

Pochi tentativi d’imitazione

Sono solo le squadre fortemente connotate dal punto di vista tattico ad avere questa caratteristica di non rischiare mai la sottovalutazione dell’avversario. Perché non appena l’arbitro fischia l’inizio della gara, sanno qual è il proprio compito e, a maggior ragione, riescono a svolgerlo se il loro principale obiettivo se lo ritrovano di fronte, nella stessa zona di campo. Difendo con pressioni estreme, attacco cercando verticalizzazioni o plurime ampiezze. Ci si può chiedere, semmai, perché, a differenza di quello che è avvenuto con Guardiola, che quando cominciò a sorprendere il mondo con il suo calcio posizionale, vantò immediati e molto proficui tentativi di imitazione, sia invece sempre così difficile emulare il gioco di Gasperini. Ci hanno provato in tanti. C’è riuscito parzialmente solo Juric, scontrandosi però con la dura realtà delle squadre di livello superiore rispetto a piccole come il Verona, il Torino e adesso il Monza. Gasperini, invece, aveva solo bisogno di dimostrare, da qualche parte, che il suo gioco poteva funzionare anche ad altissimi livelli.

Il viaggio se l’è pagato da solo, con l’Atalanta. Ora a Roma è pronto a rilanciare la sfida: giocando così si può vincere anche uno scudetto. Ma è inutile nasconderlo: di scetticismo ce n’è ancora tanto. Ed è stato sintetizzato dalle parole di Mourinho al termine della sfida tra Roma e Real Madrid: «Quel tipo di gioco non si può fare per tutti i novanta minuti. Noi lo sapevamo e ne abbiamo approfittato». Gasperini non ha preso bene quelle parole. Già con l’Atalanta ha dimostrato di poter vincere anche i trofei oltre alle singole tappe. Ma anche al Genoa e negli anni precedenti, quando aveva raggiunto risultati ben superiori alle potenzialità dei gruppi che gli erano stati messi a disposizione, aveva fatto vedere di poter centrare traguardi ambiziosi. Manca solo quello massimo. Perché non provarci?

La Roma stritola i più deboli

Della partita con i poveri slovacchi c’è poco da dire. A parlare chiaro sono soprattutto gli expected goals: più di 3 per la Roma, 0,02 per lo Slovan, probabilmente il numero più basso che sia mai stato registrato in una partita ufficiale della Roma dei tempi moderni. In archivio abbiamo ritrovato solo uno 0,07 con la Cremonese del 22 febbraio 2026. Il 4-2-3-1 di Touré è stato affrontato come il 4-2-3-1 di Fabregas e il 4-2-3-1 di Mourinho. Livelli diversi, giocatori diversi, ma modo di intendere la fase di possesso simile e, dunque, modo di intendere la fase di interdizione simile. Forse lo Slovan non ha battuto con sapienza l’unico calcio d’angolo avuto a disposizione, il Real sì. Ma al di là delle battute, è di tutta evidenza che quando si trovano squadre di basso livello tecnico, la Roma ti stritola. Perché poi la fase di possesso ti avvolge nelle sue spire lentamente. Ma inesorabilmente. Come un boa.

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