Roma-Slovan Bratislava in Tribuna Tevere: è forte e vincerà
Allo stadio con il timore della buccia di banana dopo il Real Si torna a casa con la consapevolezza che l’orchestra è ben diretta e tutti sanno come suonare
(GETTY IMAGES)
Ci arriviamo con una faccia un po’ così. È inutile fare finta di niente, perché quel fastidio, sia pure minimo, sia pure nella certezza della sua transitorietà, è li che alberga dentro, e, di tanto in tanto, fa capolino. Se, fino a domenica sera, non c’era uno solo che manifestasse una qualche preoccupazione, perché tutto era stato, sin lì, frutto anche del calendario e del caso («La nuova Cremonese», Silvio – nome, va da sé, di fantasia - con meravigliosa sintesi, dixit), dopo domenica la situazione è cambiata. Perché «se fosse capitato a noi de batteli tre a zero a Torino, stavamo già tutti à aspettali a Fiumicino …».
E, quindi, quella presenza, per noi insopportabile, dà fastidio. Soprattutto guardando a quello che sarà sabato, quando noi andremo a combattere, lancia in resta, al San Paolo, mentre loro, «e come te sbaji…», avranno una partita facile facile. Quindi, quello che chiediamo a questo Roma – Slovan è un segnale di forza, che dia fiducia a noi e preoccupazione agli altri, e la conferma che la nostra rosa, per quanto limitata, sia composta da giocatori comunque sostituibili («Non c’è poi avè dù Dybala, ma ‘n Dybala e ‘n cambio forte, sì»). Leggiamo la formazione addirittura soddisfatti, perché alla Tevere piace questa difesa ogni volta diversa, che dimostra come il reparto sia solido. Di più: dà fiducia Cristante in panchina, perché il centrocampo riprende consistenza di uomini («Un cambio in più serve: semo rimasti in tre»).
Qualcuno azzarda la preoccupazione legata al portiere («Gollini non è Svilar»), ma prontamente viene riportato su di un piano di realtà («Di Svilar ce n’è uno; Gollini sta facendo bene, al netto di quei sette minuti. E poi, in una squadra, due portieri, bravi alla stessa maniera, sarebbero un problema, perché si creano attriti»). Insomma, al netto del sassolino nella scarpa di ciascuno, quello che impera è l’ottimismo legato alla solidità di un gioco, di un allenatore, di una squadra. Quando qualcuno azzarda, in verità con poca convinzione, a ricordare i due pareggi ed il Real in chiave negativa («A volerla dire tutta, se sei forte davvero, non ne pareggi due de seguito… e non perdi in sette minuti…»), la replica è tanto immediata quanto decisa («Hai pareggiato due partite che potevi vincere contro le tue avversarie dirette … i sette minuti non cancellano quello che è stato prima, con il Real che sembrava una squadra allo sbando …»). Si iniziava, quindi, dopo l’inevitabile «The Champions» urlato all’unisono da tutto lo Stadio – e, qui, il sospetto che cantiamo, di tutto l’inno, soltanto quelle due parole, perché soltanto quelle due abbiamo capito, è davvero forte – davvero a tamburo battente. Stazionavamo, difatti, immediatamente nella loro metà campo, e già al primo minuto Pelle, quello che sarebbe un problema, metteva Balerdi in condizione di segnare. La partita procedeva a senso unico, al punto che le preoccupazioni legate al nostro portiere svanivano per mancanza di possibilità («Gollini oggi nun è che nun pija gò: nun je tirano proprio!»).
La Tevere, quindi, entusiasta della prestazione dei nostri, Pisilli, Ghilardi e Balerdi tra tutti, dedicava le sue critiche prevalentemente a Molina, imputandogli una scarsa precisione, diciamo così, nei passaggi («Pè me dev’esse daltonico: ‘a dà sempre all’artri») e, ogni tanto, anche a Pellegrini (ma non chiedetemi perché, visto che stava giocando più che bene). Quindi, quando Ghilardi, su cross di Pellegrini, quello che gioca male, trovava Hermoso, e quando Malen su imbucata di Pellegrini, quello che gioca sempre male, trovava la respinta corta del portiere che trovava, a propria, volta Molina («Manco ‘a madre ce crede che ha segnato …»), a quel punto era chiaro a tutti che questa partita si sarebbe trasformata nella classica sgambata che, per chi ha memoria, si giocava il giovedì pomeriggio al Tre Fontane. E, a quel punto, la preoccupazione dei più era legata a due fattori: il rischio di eventuali infortuni e la pioggia, ma questa non per il campo, ma «pè la strada che devo famme a piedi pè arrivà alla macchina…».
Nell’intervallo, quindi, il tema tornava ad essere il campionato. Un po’ perché, come giustamente ribadito, «noi quello dovemo provà a vince»; un po’ perché, archiviata questa partita, della Champions «ne dovremmo riparlare dopo Manchester e Parigi: sono le partite che dopo ti rimangono quelle che, per noi, contano». Al di là del fatto che, magari Parigi, no, ma «a Manchester io me la gioco», il tema rimaneva il gioco espresso, che convinceva tutti. Addirittura, andando a ritroso, perché «la sensazione che questa squadra mi dà, che è quella che si possa segnare sempre, me la dava soltanto la Roma di Eriksson». Quindi, quando riparte il secondo tempo, si sta lì in attesa della goleada e di nient’altro. Il problema è che quel nient’altro arriva. Ed è quello che, sotto sotto, temevamo. Perché va bene che Pisilli, e poi Wesley, e poi Malen, e poi Ghilardi che «nun je lo poi annullà!», ma Pellegrini che esce sconsolato è un problema la cui enormità, a quelli che vedono un problema dove c’è una risorsa, non è ben chiara. Perché Pellegrini «detta i tempi e raccorda i reparti»; perché Pellegrini «segna»; perché Pellegrini «non è un ragazzino»; perché Pellegrini «per restare qui, ha accettato un solo anno di contratto riducendosi lo stipendio». Perché Pellegrini, fascia o non fascia, è un capitano vero di questa Roma. E lo è con la C maiuscola.
Ed è per questo che, a fine partita, a ripensare a quel fastidio iniziale, dato da una classifica del campionato che «nun se po’ vedè», ci viene un solco lungo il viso, come una specie di sorriso (mi si passi l’altissima citazione autoriale). Perché il vero problema, quest’anno, siamo soltanto noi. Perché, «se stiamo bene, senza infortunati, me la rigioco volentieri pure col Real Madrid». Ed allora, questo è il vero messaggio che ci lascia lo Slovan. Ed è che siamo forti. Non ci resta che andare a Napoli per dimostrarlo.
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