Non è mai un giorno come un altro per L'Aquila, il 6 aprile. O non lo è più da dieci anni esatti. Da quando, alle 3.32 nel mezzo della notte, in quel 2009, la terra tremò così forte da cambiare la vita di tantissime persone, un'intera comunità, uno stadio Olimpico qualunque: 70.000 abitanti che si ritrovarono con poco o niente, in molti casi, salvi per miracolo, in altri. Come Riccardo Zingarelli, fondatore del Roma Club L'Aquila Vittorio Zingarelli - Sala Museo Italo Foschi. Aquilano, romanista, ingegnere, ex giocatore di rugby e - dulcis in fundo - pronipote proprio di Foschi, il «primo romanista, senza il quale la nostra squadra non sarebbe esistita». «Fu una notte terribile, ovviamente - ricorda Zingarelli -. Solo chi c'era può capire veramente. Da quel giorno la nostra vita non solo è cambiata, ma non è più tornata alla normalità». Già, perché da quel giorno, ancora, dopo dieci anni, L'Aquila è «in un limbo». «Ancora oggi viviamo in uno stato parallelo, perché a 30 o 40 km da qui la vita è continuata normalmente. La ricostruzione privata è andata avanti abbastanza bene, quella pubblica è indietro, per non dire che si è fermata. Tutto questo anche per la particolarità della nostra città, che ha un centro storico tra i più grandi d'Italia ed era tutto un luogo di aggregazione. Invece, a differenza di quanto successo più di recente ad Amatrice, dove a pochi mesi dal terremoto gli sfollati erano tornati a casa, dopo il sisma si sono dislocate 70.000 persone che vivevano in un territorio vastissimo, grande quasi la Valle d'Aosta, in 14 punti. Qui è stata una gestione amministrativamente davvero difficile».

Non è più L'Aquila, questo è chiaro. Ma si prova a mandare avanti lo stesso la vita: «Fino a 49 anni ho vissuto là, dopo di che improvvisamente non avevo più le mie coordinate e non potevo fare una pianificazione. Inizialmente chiedevamo di lavorare, di essere occupati per trovare motivi per continuare». E una di queste ragioni è sempre stata la Roma, con un sogno, raggiunto nel 2016, di fondare un club, appunto: «È un obiettivo per me, una ragione di vita, davvero, in un universo parallelo. Non ci siamo ancora ripresi. Abbiamo cercato di "nascondere" queste nostre frustrazioni, perché il futuro non riesci a vederlo, il passato non lo si può più vedere fisicamente, è solo nella propria testa». La sua casa, nella zona della Casa dello studente, è crollata, mentre è rimasta intatta quella di famiglia, la casa studio di Zingarelli, dove oggi sorge la Sala Museo Italo Foschi: «Un'iniziativa nata  grazie alla collaborazione della Roma, che ha svolto una notevole opera di catalogazione. La società si dimostrò come al solito sensibile, fin da subito, quando venne a giocare un'amichevole al "Fattori" poco dopo il sisma. E, come oggi, c'era Ranieri allenatore, c'erano Totti e De Rossi,  esempi di grande generosità».

Anche dalla Sala Museo nacque l'idea di fondare il Roma Club intitolato a Vittorio Zingarelli: «Mio padre era romano, è nato in via Forlì 16, ha girato e rigirato il mondo, poi negli Anni 60 è venuto a L'Aquila. L'ho voluto ricordare dedicandogli il Roma Club. Amava L'Aquila, era presidente della squadra di rugby. E poi ho voluto far conoscere e rivalutare anche per le nuove generazioni la figura del fondatore della Roma. Siamo al terzo anno, siamo un centinaio di romanisti, è una grande soddisfazione personale perché a L'Aquila non ci sono punti di aggregazione ormai, ci si vede solo ai centri commerciali...». La Roma l'ha sempre vissuta come «un valore intimo di famiglia», Riccardo Zingarelli: «L'ho  seguita anche nel periodo più tragico della mia città, era un diversivo che ci aiutava ad andare avanti. C'è un amore sfrenato. Roma-Barcellona ha tirato fuori tutto l'orgoglio di essere romanisti. Anche se in quest'ultimo anno abbiamo avuto troppe docce fredde e c'è grande delusione e sofferenza».

Nel ricordo di Italo Foschi

Per la Roma, a L'Aquila, si soffrirà  anche oggi, con la squadra di Ranieri impegnata a Genova con la Samp: «La vivremo in tanti, per "esorcizzare" questa brutta ricorrenza, grazie anche a un'iniziativa di Retesport che seguirà qui con noi i 90 minuti». Una partita che per i familiari di Foschi non è come tutte le altre:  il 20 marzo del 1949, infatti, in seguito ad un malore accusato allo Stadio Torino quando dagli altoparlanti venne annunciata la sconfitta della sua Roma per 2-0 sul campo della Sampdoria, il primo presidente del club giallorosso morì. Fondatore e presidente, impossibile da dimenticare: «Mi suscita grande orgoglio che la Roma abbia intitolato una sala nella nuova sede a Italo Foschi. Sono rimasto colpito e commosso. Io non l'ho conosciuto, ma è stato testimone di nozze di mio padre». Sentimenti. Questo è soprattutto la Roma per i suoi tifosi. E per questo, «c'è l'idea di spostare la Sala Museo nella Capitale, perché al di là del fatto che sia il fratello di mia nonna e che io ne sia il custode, è dei romanisti. Fino ad ora è stato un motivo affinché la gente venisse a L'Aquila, ma nel momento in cui, come mi auguro, ci sarà uno stadio di proprietà, avrà più senso lì. Vorrei solo che la Roma portasse avanti questa tradizione del torneo Italo Foschi, che si svolgerà anche quest'anno il 7 giugno: era dal '49 che lo aspettavamo, quando la società disse che avrebbe intitolato un torneo a mio zio». I romanisti, questo è certo, ci saranno.