Capocannoniere. Bomber. Gol. Roberto Pruzzo è stato, ed è ancora, per la Roma, la personificazione del gol. Anche se non avrebbe mai pensato che sarebbe mai potuto arrivare qualcuno capace di fare più gol di lui con quella maglia. Ma quel qualcuno, Francesco Totti, è talmente grande che neanche i gol gli rendono giustizia. E' l'ultima carta di Gaetano Anzalone. Per averlo, il presidente mette in vendita abbonamenti decennali in tribuna d'onore, trova un miliardo di lire e grazie al lavoro di Luciano Moggi – proprio lui – lo strappa alla Juventus. E' l'estate del 1978. "Pruzzo continuava a segnare gol. Era uno che evidentemente aveva il gol nell'anima e nel cuore. Pensai che sarebbe stato molto utile alla Roma" ha ricordato l'ex presidente. "La Roma era una grande società ma non una grande squadra. Abbiamo contribuito a farla diventare grande" ha raccontato lui, il Bomber. "Doveva essere l'anno di un rilancio. Invee ci salvammo nelle ultime giornate" dice il capitano di quell'epoca, Sergio Santarini.

Le cose iniziano male. La Roma naviga verso la Serie B. Ma la Roma ha Roberto Pruzzo, un uomo controcorrente, che il 6 maggio 1979 segna il gol della salvezza contro l'Atalanta in un Olimpico pieno. Esce dal campo con la testa fasciata. Sì, la storia di Roberto Pruzzo è la storia di un uomo talmente controcorrente da andare a volte anche contro se stesso. Da giovanissimo, il Genoa gli propone un contratto. Un sogno, per un bambino nato a Crocefieschi. Ma lui non vuole firmarlo. "Volevo che il calcio per me fosse diverimento". Lo firma, ok. E diventa "O'Rey da Crocefieschi". Gli dicono che gioca bene, è molto bravo, ma sbaglia troppi gol. Ah sì? Lui si pianta in mezzo all'area e inizia a segnare tanti, tantissimi gol. Arriva alla Roma, la salva nel 1979, e nel 1980 diventa grande. "La prima finale di Coppa Italia col Torino segna il momento di crescita della Roma. L'anno prima avevamo fatto fatica a salvarci. Invece poi arrivammo in finale davanti al nostro pubblico e ci prendemmo una grande soddisfazione".

Vince per due volte consecutive il titolo di capocannoniere, nel 1981 e nel 1982. Ma lui è controcorrente, dice quello che pensa, e questo a Bearzot non va bene. Così, ai Mondiali di Spagna, va Selvaggi, perché sa raccontare le barzellette. Lui rivincerà il titolo di capocannoniere, guarda caso, nel 1986. "Nell'anno dei Mondiali – dirà – mi diverto sempre a fare tanti gol, perché so che qualcuno dovrà fare finta di niente". Proprio nel 1982, a Como, fece uno dei suoi gol più belli, talmente bello che è meglio lasciarlo raccontare a lui. "Ho tagliato verso il centro, il portiere ha fatto un mezzo passo, ha cercato di buttarsi e l'ho scavalcato con un pallonetto pur stando lungo la linea di fondo".

Controcorrente e, si diceva, contro se stesso. Segna il suo primo gol in Serie A contro la Roma. Segna il suo ultimo gol in carriera contro la Roma. Segna il gol dello scudetto della Roma contro il Genoa. E' l'8 maggio 1983. "E' stato un gran gol. Fare gol di testa da quella distanza non è facile, riuscire a metterla sotto al sette in quella maniera... E' stato un grande gol. Il vecchio Marassi era pieno. Era ed è ancora uno dei migliori stadi italiani. Aver fatto quel gol e vinto lo scudetto a Genova per me è stata una grande preparazione".

Gli dicevano che era pigro. E lui, forse solo per andare controcorrente, ha iniziato ad allenarsi sempre di più. "Se avesse scoperto prima la preparazione atletica, sarebbe diventato un mostro" disse di lui Falcao. Liedholm doveva tenerlo buono in allenamento, perché aveva paura dei suoi scontri con Vincenzo Romano. Una volta Falcao, dopo un rapido sguardo d'intesa col Barone, gli disse di marcare Krol, regista e libero del Napoli. Il bomber lo fece e mise in crisi tutto il Napoli. Da difensore. Una cosa al rovescio. Una rovesciata. Come quella che ha fatto nel 1983-84 a Torino contro la Juventus, regalando il 2-2 alla Roma al 90', con il povero Stefano Tacconi che si è rotto una mano andando a sbattere contro il palo.

Tutti lo celebrano per quella rovesciata che ha rovesciato il potere, cioè la Juventus. Lui parla solo di Carlo Ancelotti, che si è infortunato. Alcune penne raffinate dubitano di lui e s'arrendono solo di fronte a un maestro come Fulvio Bernardini, che dice: "Se si allena come si deve, non c'è un centravanti più forte di lui". Bocche meno raffinate sentenziano: "Ha il culo pesante". Lui segna sia staccando di testa, sia restando piantato a terra senza farsi spostare. Soprattutto nelle occasioni importanti. Ad esempio, in semifinale di Coppa dei Campioni. Il primo di testa, su cross di Conti. "Sono andato verso il primo palo giocando d'anticipo. Ed è andata bene". Come se fosse la cosa più normale del mondo. Il secondo gol è un pezzo di bravura. Stop di petto spalle alla porta e difensore addosso, riesce a girarsi mentre cade il pallone, che ovviamente riesce anche a proteggere, e poi batte il portiere scozzese. "Sembrava un gol facile". No, Bomber. "Ci è voluta molta coordinazione, c'era traffico nell'area, non era facile".

Si procura anche il rigore del 3-0, ma siccome è un uomo controcorrente, appena si rialza dice. "No, no. Agostino, tira tu". Ago segna, è abituato al suo brontolare. Solo i difensori non si abituano mai. L'unico che lo conosce alla perfezione è il fotografo Claudio Crescenzi, che per questo riesce a immortalare il suo gol fatto nella finale contro il Liverpool. "Sapevo che faceva i passettini prima di staccare di testa e mi misi pronto a scattare".

Nessuno se l'aspettava, perché era girato al contrario. Controcorrente. Con una torsione innaturale, segna anche nella notte più importante. La finale col Liverpool. Sempre su cross di Conti (col destro!). Spalle alla porta. Incredibile. Bellissimo. Importantissimo. "Quel gol, alla sua maniera, ci aveva steso. Per fortuna nel secondo tempo uscì dal campo" disse un giorno un dirigente del Liverpool. Problemi di stomaco. Controcorrente e contro se stesso. Il 16 febbraio 1986 ha segnato 5 gol in una partita, contro l'Avellino.

Ha avuto tra i piedi anche la palla del sesto gol ma ha preferito passarla a Conti perché aveva paura di sbagliare, come l'aveva anche prima di tirare il rigore del quinto gol, e non l'avrebbe tirato se i compagni non l'avessero quasi costretto. "Non ero felice – raccontò anni dopo – perché mia moglie stava male". Un mese dopo, il 16 marzo 1986, segna contro la Juventus. La settimana prima, a Verona, aveva fatto uno dei gol più belli della sua carriera, ma un arbitro aveva deciso che la Roma doveva perdere. Eppure continuava a parlare di scudetto, come faceva anche quando la Roma era a -8. Ora che arriva a -3 grazie al suo gol, inizia a dire che non c'è speranza. E' più forte di lui, andare controcorrente. Ma lo spettacolo dello stadio Olimpico quel giorno è più forte di tutto e lui, dopo il gol del 2-0, non sa più cosa fare. Correre sotto la Sud non basta, è troppo poco. Non ha altro che la maglia e decide di toglierla e sventolarla. E' vostra, questo gol è vostro. Io sono vostro. Io, per una volta, ho seguito la corrente e mi sono tuffato in mezzo a voi. In quel modo, non l'aveva mai fatto nessuno. Tutti quelli che sono venuti dopo, sono solo volgari imitazioni. "Credo di aver aperto una strada. E' stato un gesto significativo perché la mia soddisfazione era quella dei tifosi".

Quello che non riusciva a dire con le parole, l'ha sempre detto con i fatti. Si è fatto 900 chilometri in macchina di notte per andare al funerale di Liedholm, non ha mai smesso di piangere durante quello di Aldo Maldera. Non troverete nessun compagno di squadra che non vi parli di lui come di un brontolone. Ma non ne troverete neanche uno che non gli voglia bene. "Si lamentava spesso. Ma in campo era il migliore attaccante in circolazione" dice Carlo Ancelotti. "E' stato uno dei compagni più buoni, generosi ed educati con cui abbia mai giocato" fa eco Ciccio Graziani. "Al di là dell'amicizia, è stato un compagno di squadra ideale" racconta Bruno Conti.

Se vi infastidisce quello che dice ogni tanto, pensate che vi ha fatto esultare 106 volte in campionato e 138 in totale. Se vi fa male il suo ultimo gol, pensate che solo poche settimane prima, in Roma-Fiorentina di campionato al Flaminio, si era rifiutato di entrare negli ultimi minuti perché non voleva giocare contro la Roma. Grazie anche per questo, Bomber. Grazie per essere vero. 106 volte grazie, come disse lo stadio con 106 cartelli nella sua ultima partita con la maglia della Roma. "A tutti i ragazzi della Curva Sud va il mio più caro saluto e ringraziamento". Furono queste le sue ultime parole da romanista, al Tg1, quella sera.