Centoventisette presenze, tre gol. Cento anni. Uno scudetto. Sono i numeri di Paolo Jacobini, campione d'Italia 1941-42. Le presenze e i gol sono quelli messi insieme in dieci anni di Roma, dal 1939 al 1948, e sarebbero stati molti di più se non ci fosse stata quella guerra che poteva togliergli sia la Roma sia lo scudetto. Cento sono gli anni che compirebbe oggi, lui, centrocampista nato il 26 settembre 1919. Centrocampista è più che altro un modo di dire. «Ero forte, testardo, silenzioso e sornione. Un marcatore implacabile. In fase di attacco dovevo occuparmi di un attaccante, in quella difensiva di un altro». Così si era auto-descritto in un'intervista pubblicata su Il Tempo nel 1983, quando tanti degli eroi del 1942 furono ripescati dalla stampa romana per parlare di chi, 41 anni dopo, era riuscito ad emularli. Non c'è nulla di autocelebrativo, però, in quell'autodescrizione, perché corrisponde a tutto ciò che si può leggere, cercando con la passione che merita ogni protagonista della storia della Roma tra vecchie interviste, libri e giornali.

In realtà la sua avventura con la Roma era iniziata già a 18 anni, perché, dopo aver iniziato nell'Ostiense ed essere passato al Trastevere, era stato notato dal direttore sportivo Vincenzo Biancone, che lo aveva prontamente inserito nella squadra Riserve. E lì lo troviamo, il 23 ottobre 1938, in campo. Contro la Lazio. A vincere il derby. A segnare un gol. In campo con lui c'è Attilio Ferraris IV, il vecchio capitano della Roma di Testaccio, che proprio in quella stagione è tornato in giallorosso. «La Roma ha avuto buon fiuto a prendere Jacobini - scrive Il Littoriale due giorni dopo - Un ragazzo ancora non completo nel fisico, ma che come padronanza sulla palla e intelligenza di gioco ha poco da invidiare a tanti giocatori». L'8 giugno 1939 arriva il suo esordio con la prima squadra, è un'amichevole contro il Napoli, l'8 giugno 1939. La Roma vince 4-0 ed è l'ultima partita in giallorosso di Fulvio Bernardini.

Ha battuto la Lazio insieme ad Attilio Ferraris e ha esordito nell'ultima partita di Fulvio Bernardini. Il destino ha scritto una storia da romanista testaccino per Paolo Jacobini, anche se proprio in quel periodo la Roma sta abbandonando la sua casa. «Il presidente Bazzini - ha raccontato a Massimo Izzi - stava già ristrutturando Testaccio. Se Mussolini avesse voluto, la Roma non se ne sarebbe mai andata. Questa è la verità».

Il debutto in una partita ufficiale arriva in Coppa Italia, il 24 dicembre 1939 contro il Pontedera. Gli occhi di tutti sono su Pantò, Amadei e Campilongo, che si muovono bene nella Roma che vince facilmente 6-1. «Da questi tre atleti - scrive il Littoriale - è venuto fuori lo spettacolo del nuovo gioco d'attacco della Roma, al quale hanno ben contribuito sia Jacobini sia Alghisi». Il 18 febbraio 1940 arriva il suo debutto in Serie A, annunciato già in settimana. «La Roma prova Jacobini a mezz'ala sinistra», è il titolo di un pezzo del Littoriale sugli allenamenti a Testaccio. «Nel ruolo di mezzo sinistro è stato provato nel primo tempo il giovane Jacobini e nella ripresa Bonomi. Assodato il maggior valore di Bonomi come mediano, è quasi certo che se Coscia non dovesse giocare, il suo posto verrebbe preso da Jacobini». La Roma perde 1-0 contro il Liguria, ma non merita affatto la sconfitta. «Mai avevamo visto fuori casa una superiorità così schiacciante della Roma», scrive il Littoriale, elogiando la prestazione della squadra romanista, che ha preso anche due pali. Uno proprio con Jacobini. «Un bolide da fuori area», secondo il Messaggero.

Il nuovo allenatore Alfred Schaffer lo apprezza, lo segue, lo fa giocare spesso, è titolare anche nella Coppa Italia della stagione 1940-41 che si conclude con la sfortunata doppia finale col Venezia. 3-3 a Roma, 1-0 per i veneti nella ripetizione. Lì, mentre si sta seminando per il trionfo dell'anno successivo, sta per finire la carriera romanista di "Uccio", come veniva chiamato da tutti, Jacobini. Un uomo fondamentale per la squadra, dato che si è già rivelato utile in molti ruoli diversi. «Nella mediana a destra - scrive il Guerin Sportivo nell'estate del 1941 - assente Donati, che è uomo d'armi a Bologna, è più assente che mai Jacobini, che in qualità di uomo in arme sembra sia partito per la zona d'operazioni o per l'anticamera».

Sembra? È bersagliere ed è destinato al fronte. In Russia. «Ma non ci sono arrivato - si legge nel libro di Massimo Izzi "Non ti curar di loro ma gioca e passa", dedicato agli eroi del 1942 - Sono arrivato fino al confine. Poi ci fermarono perché le cose non andavano bene. Conoscevo Monzeglio e lui sapeva che noi dovevamo andare là. Avevo un altro fratello che stava al comando insieme a Monzeglio, in Russia. Stavano nell'ansa del Don e aspettavano anche me. Invece, alla fine, arrivò questo contrordine. Era inutile che ci facessero partire, perché avevano rotto il fronte. Allora mi hanno mandato a Milano, insieme a Ippoliti».

Viene da ridere al pensiero che, tra le risibili argomentazioni secondo cui lo scudetto del 1942 sarebbe arrivato con la "benedizione" di Mussolini, c'è anche quella secondo la quale ai giocatori della Roma sarebbe stato risparmiato il servizio militare. Jacobini è solo uno dei tanti esempi che smentiscono questa illazione. Al punto tale che per molti mesi non rientra proprio tra i giocatori a disposizione di Schaffer. Era proprio fuori Roma, ogni tanto si allenava con l'Inter, ma nessuno a Roma si era dimenticato di lui. Soprattutto l'allenatore, che già due anni prima lo alternava con Bonomi. E Bonomi si fa male alla vigilia della partita decisiva di quel campionato. Roma e Torino sono appaiate in vetta alla classifica e il 10 maggio 1942 si gioca Torino-Roma. Il Torino è già il Grande Torino, tranne Loik e Mazzola, che sono al Venezia, terzo in classifica e battuto dalla Roma due settimane prima. Bè, quel giorno esordisce in quel campionato Paolo Jacobini. La Roma pareggia 2-2, domina la partita, si vede annullare un gol e prende due pali. Per anni chi ha visto quella prestazione l'ha descritta come la più bella, per rapporto alla qualità espressa e al valore dell'avversario, della storia della Roma. «Jacobini - scrive il Littoriale - è stato all'altezza del miglior Bonomi. Il ragazzo farà sicuramente strada, oggi che ha acquistato qualità e sicurezza».

Cosa era successo? Lui lo ha raccontato in questo modo: «Andammo a giocare a Torino ed entrammo io e Borsetti. Non mi allenavo più con la Roma da un sacco di tempo. Mi volevano Inter e Milan, ma la Roma non mi lasciava andare. Ho pensato che era dipeso da Schaffer». Ed è molto probabile che fosse così. «Un bel giorno, era di giovedì, il colonnello dei Bersaglieri mi disse che il giorno dopo ero atteso all'albergo di Asti dove alloggiava la Roma in vista della partita col Torino. Vado là, incontro Schaffer. Mi dice: "Lei giocare". Rispondo: "Come gioco io? Ma lei ha visto me? Sono allenato, però...". E il mister: "No, no, lei giocare domani. Io conosco bene lei. Lei servire domani. Domani ha Menti, me raccomando. Sempre attaccato a Menti, perché se con Menti sta lontano, non lo prende più. Conosco le sue caratteristiche, conosco quelle di Menti e dico che domenica gioca lei».

Non lasciava nulla al caso Alfred Schaffer, allenatore che sapeva tutto dei suoi giocatori e degli avversari. Jacobini da quel momento non esce più, gioca tutte le ultime 7 partite del campionato e indossa, fiero, il cappello piumato insieme ad Amadei e agli altri bersaglieri nel giorno dell'apoteosi, il 14 giugno 1942. Viva la Roma campione d'Italia. Viva i romanisti come Paolo Jacobini. Viva i professionisti come Alfred Schaffer che non lo avevano mai perso di vista.

Nessuno l'ha più perso di vista anche perché i romanisti lo vedevano ovunque. A centrocampo, in difesa, in attacco. Ha fatto anche il portiere in qualche occasione, come ad esempio nel derby del 7 maggio 1944 quando sostituì Masetti, infortunato a una spalla. "Se la Roma - scrisse Il Littoriale - non avesse un giocatore come lui, dovrebbe fabbricarlo d'urgenza. Gioca dove gli si dice: da portiere, da terzino, da centrosostegno e via di questo passo».
Gioca ovunque, per la Roma. Ovunque sia, cento di questi anni, Paolo Jacobini.