Cinquant'anni dopo Testaccio e chissà quanti anni, speriamo pochi, prima di Tor di Valle. In una stagione, campionato 1989-90, la Roma e i suoi tifosi hanno già vissuto contemporaneamente ciò che è stato e ciò che sarà. La sensazione, per chi sta in campo, di avere i tifosi veramente al suo fianco, quasi a giocare insieme. La sensazione, per chi sta sugli spalti, di stare giocando insieme alla propria squadra. Quella sensazione la diede lo stadio Flaminio, che ospitò le partite interne della squadra perché l'Olimpico era chiuso a causa dei lavori di ristrutturazione - e di imbruttimento - in vista dei Mondiali del 1990. Certo, prima e dopo all'Olimpico si sono vissute giornate esaltanti anche grazie alla forza del tifo, ma solo in quella stagione si è avuta la netta percezione di giocare dentro un impianto che si poteva sentire esattamente come lo "stadio della Roma". Quello che sarà, lo abbiamo già vissuto. In uno stadio vecchio, sì, ma fatto per il calcio e per i suoi tifosi. Una stagione che viene ricordata sempre con dolcezza, che viene identificata proprio con lo stadio. "L'anno del Flaminio". La ricordiamo così e lo facciamo sempre sorridendo. Lo fanno anche i protagonisti dell'epoca ancora oggi, se gli capita di parlarne.

Inizio in sordina

Era iniziato tutto in sordina. La squadra era reduce da un'annata rovinosa, dove le rovine erano quelle della Roma e anche dell'Olimpico già in fase di ristrutturazione. A lungo senza Curva Sud, anche fisicamente, la formazione giallorossa aveva chiuso ottava, tra le delusioni di Renato e Andrade, Liedholm prima esonerato e poi richiamato, eliminata dalla Fiorentina nello spareggio per andare in Coppa Uefa per colpa di un gol di... Pruzzo. Come se non bastasse, le prospettive non erano certo migliori. In anni in cui la maggior parte delle entrate provenivano dal botteghino, passare da un anno con solo mezzo Olimpico a disposizione a un altro con un impianto da 27mila posti era rovinoso. Gli abbonati, peraltro, furono solo 9mila. Partiti Renato e Andrade e arrivato Berthold grazie ai buoni uffici di Voeller, dopo il clamoroso caso Vanenburg (giocatore olandese che scelse di rimanere al Psv Eindhoven dopo aver firmato il contratto con la Roma), Dino Viole scelse di rinunciare al terzo straniero. Il mercato si chiuse con gli arrivi di Cervone, Stefano Pellegrini, i rientri dai prestiti di Baldieri e Impallomeni, e Comi, preso dal Torino con cui era retrocesso e da cui era stato esonerato il nuovo tecnico della Roma, Gigi Radice (che peraltro aveva trasformato lo stesso Comi da centravanti a libero). Contratto di un anno solo perché, lo si scoprirà poi, Viola aveva già il suo asso nella manica, che era Ottavio Bianchi, tenuto però bloccato dal contratto col Napoli, che pure in panchina aveva Bigon.

Per tutta l'estate, insomma, si sottolinea come la Roma non sia affatto migliorata. Anzi, l'arrivo di Radice viene "salutato" come un passo indietro per una società che per dieci anni, tra Liedholm ed Eriksson, aveva espresso un calcio d'avanguardia e portato la zona in Italia, e che ora tornava alle vecchie marcature a uomo. Dimenticandosi che peraltro l'Inter di Trapattoni aveva appena vinto il campionato e che lo stesso Radice, all'epoca del Torino scudettato del 1976, era considerato uno degli allenatori innovatori.

Lo stadio della Roma e dei suoi tifosi

Ci si dimenticava però di una cosa che a posteriori si può vedere facilmente. Dello stadio Flaminio, appunto. Anzi, dello stadio della Roma e dei suoi tifosi. Eppure ciò che poteva essere, in realtà, lo avevamo già visto. Lì, sul terreno dove sorgeva una volta lo Stadio Nazionale che fu teatro del primo scudetto della nostra storia, la Roma aveva giocato le ultime due partite casalinghe del campionato precedente. E, alla caccia di un posto in Uefa, le aveva giocate e vinte in maniera decisamente diversa da tutte quelle affrontate in quella stagione. Due vittorie per 2-1, in rimonta, contro Fiorentina e Atalanta, con perfino Renato protagonista di un assist per Voeller e Giannini tornato trascinatore ai livelli della stagione 1987-88. Era un'altra Roma rispetto a quella di quel campionato. Era la stessa, però. Era cambiato solo lo stadio. Quindi tutto, perché la Roma a contatto e in simbiosi con i suoi tifosi è una cosa, sennò non è la Roma. Furono i tifosi, chi c'era lo ricorda bene, a spingere la squadra verso quelle due rimonte. E se il campionato 1989-90 vede la squadra di Radice iniziare con il suo percorso casalingo (1-1 a Udine alla prima giornata) con uno scialbo 0-0 contro l'Ascoli, è perché quella partita si disputa sul campo neutro di Pescara (dove peraltro la Roma non è proprio amata) a causa di un turno di squalifica, retaggio degli incidenti nello spareggio-Uefa con la Fiorentina dell'estate precedente.

Le idee chiare di Radice

Chi crede fermamente nella squadra e nel suo lavoro, però, è proprio Gigi Radice. Ha ben chiaro lo schieramento: Comi è il libero dietro ai marcatori Tempestilli e Berthold, a sinistra c'è Nela a fare da fluidificante, mentre a destra fa su e giù Desideri, uno dei quattro romani che compongono il centrocampo. Ci sono anche Manfredonia per tamponare, Di Mauro e Giannini per impostare, mentre davanti ci si affida alla coppia formata da un Voeller fortissimo e da un Rizzitelli in cerca di riscatto dopo la prima deludente stagione. In panchina ci sono i "vecchietti" Tancredi e Conti, il nuovo acquisto Pellegrini, cui si aggiungerà Piacentini, la garanzia Gerolin e altri due romani "di ritorno": Baldieri e Impallomeni. Radice affronta anche i tifosi scontenti e li porta dalla sua parte, come fa con i calciatori. Eppure, alla terza giornata, dopo 9 minuti, la Roma si ritrova in svantaggio contro l'Atalanta. Con una differenza, però: siamo al Flaminio. Inizia tutto lì. Tutto quello che vedremo e vivremo fino all'ultima giornata. I cori della Sud che si sentono più facilmente e quindi vengono anche rilanciati e seguiti più facilmente dal resto dello stadio, dove ognuno trova il modo di farsi sentire fino in campo, dove vedi giocatori moltiplicare le energie e non mollare su alcun pallone. La Roma segna tre gol in 13 minuti: Desideri, Gerolin, Berthold. Poi Voeller nella ripresa: vince 4-1, non le capitava di fare così tanti gol da due anni. E al 67' parte un'ovazione dedicata a Gigi Radice, che in quel momento si conquista una tifoseria che non lo abbandonerà più.

"Questa Roma sta a gioca' cor core"

Lo striscione dei tifosi

La sua non è una Roma fortissima, ma è una squadra per la quale è bello fare il tifo. «Questa Roma sta a gioca' cor core», si cantava in ogni partita e spesso in ogni momento di certe partite. Il 24 settembre, battendo il Cesena 1-0, la squadra è addirittura prima in classifica. Il gol è di Desideri, alla migliore annata della carriera. A dicembre firmerà anche una grande vittoria contro la Juventus per una Roma ancora ai primi posti della classifica e che riempie sempre lo stadio. La partita col Napoli che poi vincerà il campionato è trasmessa in diretta su Raitre, così come i due derby, entrambi indimenticabili: nell'esultanza di Giannini per il gol del pareggio nella gara di andata e in quella dei duemila romanisti che gioiscono per la vittoria al ritorno (tra i quali due piccoli tifosi che si chiamano Francesco Totti e Daniele De Rossi), c'è tutta la Roma del Flaminio. Una Roma romanista, in campo e sugli spalti. Che nella seconda parte di stagione calerà un po', sia perché costretta a fare a meno di Manfredonia dopo l'arresto cardiaco a Bologna, sia perché tenere certi ritmi non era più sostenibile. Una Roma che non si arrende mai e trova con Tempestilli il pareggio contro l'Inter campione d'Italia, che in Coppa Italia sfiora una rimonta clamorosa contro la Juventus. Sconfitta 2-0 all'andata, la Roma al ritorno nel primo tempo è già avanti 2-0 e sfiora anche il 3-0 con Voeller in apertura di ripresa. La Juve però troverà il gol del 2-1 e anche quello del 2-2, ma la Roma «sta a giocà cor core» e va oltre il risultato provando, e riuscendo, a vincere la partita, anche se non conta più. Solo un giorno, 0-4 casalingo col Milan, scatta la contestazione. La placa Carlo Ancelotti, che ha la maglia rossonera ma che in quel momento torna ad essere riconosciuto come una figura profondamente romanista.

un uomo solo al comando

«C'è un uomo solo al comando, la sua maglia è giallorossa, il suo nome è Gigi Radice». Con questo striscione la Sud omaggerà il tecnico prima di Roma-Sampdoria dell'11 marzo, quando ormai è chiaro che a fine stagione se ne andrà. Quel giorno Franco Tancredi, che concluderà la stagione titolare a causa di un infortunio di Cervone, para un rigore a Roberto Baggio. Nella partita successiva, contro il Verona, Bruno Conti segna il suo ultimo gol in Serie A. Ci fu gloria anche per lui, in quella stagione e non poteva essere altrimenti. «Gli devo delle scuse - disse Radice a metà girone di andata - per averlo trascurato nelle prime partite, invece è ancora un campione e merita spazio». Lo avrà, sarà titolare anche nel derby vinto e iniziato con le magliette "Lazio? No, grazie" e con lo smile distribuite da un tifoso entrato in campo durante il riscaldamento. Sì, i tifosi entravano in campo, metaforicamente e non solo. Facevano parte della squadra. In tanti stettero sdraiati a bordo campo durante l'ultima giornata, Roma-Bologna 2-2, aspettando per poter invadere. E festeggiare una Roma che aveva ritrovato l'Europa, riconquistato i suoi tifosi e quindi ritrovato se stessa. Nello stadio della Roma.