Viens: «Missione non ancora compiuta»
In esclusiva, la calciatrice giallorossa: «Il vantaggio in Serie A è molto importante ma dobbiamo insistere. Non so se rinnoverò il contratto»
(GETTY IMAGES)
Inter-Roma, partita fondamentale per dare una spallata chiave alla classifica del campionato. Al 33’ di un primo tempo sofferto Dragoni porta palla in area avversaria, calcia forte e la prima ad arrivare sul pallone è Evelyne Viens che fa 1-0. Gioco, partita, incontro e le giallorosse che strappano forse un pezzettino di Scudetto a 7 giornate dal termine, proprio col gol della canadese che fino a quel momento inquesta Serie A aveva segnato soltanto un’altra volta ma nel momento del bisogno ha ritrovato il colpo vincente. Intervistata in esclusiva, proprio la centravanti romanista ci ha raccontato il peso del momento, le sue difficoltà e la voglia di uscirne, oltre che le riflessioni sul futuro, con un contratto in scadenza a giugno e un’offerta di rinnovo già lì ad attenderla.
Hai ritrovato quel gol che ti mancava. Può essere decisivo per qualcosa di più grande?
«Non credo sia stata una vittoria decisiva, ma sicuramente importante. La stagione è ancora lunga e nelle utile giornate abbiamo visto che può succedere di tutto, dobbiamo restare concentrate e rientrare dalla sosta al meglio. Io sono ovviamente contenta di aver segnato perché mi mancava ed è bello dopo il tanto lavoro svolto».
Inter a parte, come valuti la tua stagione fino a questo momento?
«Onestamente sono al di sotto delle mia aspettative, voglio contribuire di più dal punto di vista di gol e assist. Sto cercando di essere più matura con me stessa, penso di essere cambiata molto negli ultimi anni nella partecipazione complessiva al gioco e nella sua comprensione, mi capita molto più spesso di correre indietro per difendere o aiutare la squadra. Detto questo però l’essere stata ferma a un solo gol in campionato tutto questo tempo mi ha un po’ tormentata, magari in Champions League ho segnato di più però sì, è stata una stagione più dura di quanto mi aspettassi finora. Voglio segnare di più, non che io stia impazzendo perché non ci riesco ma è parte di un processo e so di essere ancora capace a farlo».
In questa stagione però ti sei trovata a sbagliare anche diverse chance a tu per tu col portiere.
«Credo si tratti di una questione più psicologica che tecnica. Sto lavorando col mio mental coach per avere la giusta calma in quei momenti. Segnare un gol non è mai facile, ma capisco che certe opportunità le devo cogliere meglio. Poi, non per cercare alibi, ma questa stagione non avere Haavi per tanto tempo ha avuto un grande impatto, e siamo contente che torni presto perché per noi è fondamentale. Abbiamo cambiato stile di gioco quindi bisogna anche abituarsi a situazioni diverse, compagne diverse e diversi tipi di chance da sfruttare».
Come ti trovi con Rossettini? Qual è stata la differenza più grande rispetto al passato?
«Mi trovo bene. Lui è stato per tanto tempo un difensore centrale in Serie A e anche per questo lui sin dall’inizio ha voluto sincerarsi della solidità difensiva come prima cosa prima di andare in avanti. Prima eravamo una squadra che voleva più “giocare”, magari vincere più 6-5 che 1-0, ora è l’opposto. Io devo accettarlo ma credo che stia aggiungendo qualcosa di nuovo al mio gioco, è proprio un modo diverso di lavorare ed è molto chiaro con le sue idee, l’importante è che comunque come squadra si riesca a vincere le partite e lo stiamo facendo, a volte ci vuole tempo per creare determinati meccanismi, ma i risultati stanno arrivando».
Lui dice spesso che lavorate tanto anche sul cinismo sotto porta, ma nel pratico, che lavoro fate voi attaccanti per migliorare?
«A volte devi costruire in base a chi andrai ad affrontare. Con quante in difesa giocheranno? Dove puoi trovare spazi per attaccare? E c’è da dire che quest’anno abbiamo avuto tanti infortuni quindi si è trattato spesso di adattarsi a ciò che potevamo fare sia per interpreti, sia per posizioni. Quando è così è chiaro che segnare tanti gol diventa più complicato e, anche se lavoriamo tecnicamente tanto su noi stesse, quando sei la Roma devi sapere che tante squadre si chiuderanno ad aspettare che tu faccia gioco e lì devi saper essere paziente e trovare le soluzioni».
Tu come preferisci giocare? Cosa pensi della nuova Dorsin?
«Onestamente io mi vedo al meglio al centro dell’attacco in un 4-3-3 con le ali che crossano per i miei gol, chiaramente gioco anche in un attacco a due, ma bisogna essere pazienti per creare la giusta connessione, non è qualcosa che si crea in un attimo. Dorsin penso che sia una giovane con un ottimo potenziale, è una grande lavoratrice ed è bello vederla giocare, ha caratteristiche diverse dalle mie, soprattutto per il lavoro che fa in fase difensiva.Ecco, penso per esempio che però creare la chimica per un attacco a due arrivando solo in inverno è difficile, se fosse stata qui già dall’estate avremmo avuto più tempo per lavorare insieme e creare una sinergia migliore».
Sulla tua connazionale Antoine? Attendiamo ancora il suo esordio.
«Anche io (ride, ndr). Ora però penso che sia pronta, è una giocatrice diversa da ciò a cui siete abituati in Italia, una centrale difensiva tipica canadese, lì conta tanto come lavori a palla lontana e lei su questo è davvero forte. Ha fisico, rapidità e buone letture, appena crescerà un po’ nella gestione del possesso potrà diventare una giocatrice completa. Poi io la apprezzo, non ha giocato un minuto ma non si è mai lamentata, è sempre sorridente e lavora duro. Mi piace come persona e questo alla lunga è importante».
Hai rimpianti per questa stagione?
«Penso che in Champions League avremmo dovuto fare meglio, visto che avevamo avuto un sorteggio favorevole. Non dico sia stato un totale fallimento, ma è stata dura da accettare. Volendo voltare pagina posso dire che contestualmente in campionato abbiamo accumulato punti importanti quando squadre come Inter e Juventus faticavano e abbiamo ottenuto la semifinale di Coppa Italia superando una Lazio tosta, dopo lo 0-0 dell’andata abbiamo risposto con un bel 3-0 ed è stato importante. Tra gennaio e febbraio in Serie A abbiamo perso qualche punto per strada che ci avrebbe aiutato, ma sono cose che possono capitare, l’importante è saper reagire e imparare dalle avversità».
Nella tua avventura qui hai vissuto già tre “ere”: quella dello Scudetto, del declino e ora della rinascita.
«La cosa particolare è che nel secondo anno, quello che definisci del declino, siamo comunque arrivate terze e abbiamo vinto una Supercoppa, ma sono d’accordo che siamo state al di sotto dei nostri standard. Al primo anno è stato pazzesco, anche solo per la qualità della squadra, con giocatrici come Kumagai che ti spingevano ad andare sempre più in alto. In tante mi prendevano in giro perché con Saki ero come una fan più che una compagna di squadra, è stato un onore giocare con lei. Lo scorso anno è stato pessimo, peggio di quanto mi aspettassi e io ho anche potuto aiutare poco perché abbiamo gestito male un mio infortunio a inizio annata ed ero più in infermeria che in campo. Facevo di tutto per tornare, magari forzando anche prima del previsto e poi ne pagavo le conseguenze. Quindi sì, è stata dura. Quest’anno invece è interessante, con una squadra più giovane, un allenatore nuovo e tante giocatrici nuove. Io sento un po’ di responsabilità perché sono tra le più “vecchie” del gruppo,devo essere più matura, anche per questo ho accusato tanto il fatto di segnare di meno. Comunque percepisco da tutte la voglia di vincere e ottenere risultati. In tanti sono sorpresi di vederci in testa, io penso che a livello di mentalità stiamo seguendo una linea simile e si vede. A volte ci manca qualcosa per vincere un certo tipo di partite, ma ci stiamo lavorando».
La scorsa estate ci sono stati tanti addii.
«Fa parte del calcio e devi accettare le scelte del club e delle giocatrici. Chiaramente ho visto andare via anche giocatrici a cui ero molto legata per andare a fare esperienze importanti o trovare più spazio, penso che andando avanti con gli anni sarà sempre più così, diciamo più simile al maschile anche a livello di spostamento di soldi. Penso anche agli addii di Di Guglielmo e della mia amica Pante a gennaio, si rispettano le scelte, si va avanti e si continua a lavorare».
Ora invece sappiamo che il tuo contratto sta per scadere e la Roma ti ha offerto un rinnovo. Nel caso dovessi firmare, sarebbe per non perderti a zero o per rimanere qui?
«Questa è una bella domanda, perché ancora non ho una risposta. Qualsiasi cosa io debba fare a livello contrattuale ne parlo col mio agente e lui se ne occupa, io non voglio pensarci troppo perché mi distrae dal campo, poi chiaramente è importante fare quello che penso sia meglio per la mia carriera. Quindi no, non ho ancora deciso cosa fare, ne ho parlato con la mia famiglia ma sto ancora valutando. Comunque per esempio penso che un giorno tornerò in Nord America a vivere e una volta tornata resterò lì. Però oggi sento che ho ancora del tempo da vivere in Europa e da giocare nel calcio europeo».
Rossettini spesso elogia la compattezza del gruppo, cosa che è mancata nella passata stagione. Cosa è cambiato?
«Come ho detto, nella passata stagione stando spesso in infermeria ho perso diverse dinamiche interne. Penso comunque che sia normale all’interno di una squadra esser più o meno legata con qualcuna, per cultura, lingua o cose del genere. Il fatto di avere tante nuove in questa stagione, con le italiane che comunque parlano inglese e straniere come Rieke o Heatley che oltre a giocare sanno legarsi bene alle compagne, viene più facile essere legate e remare tutte dalla stessa parte. Nonostante le normali differenze penso che ci rispettiamo tutte, quest’anno anche di più anche perché sappiamo di poter crescere e se arrivano i problemi, troviamo una soluzione».
Dopo alcuni risultati deludenti hai parlato di “rispettare la maglia”. Puoi spiegare come vivi questa appartenenza?
«Sì, penso che fosse dopo il pareggio in casa del Leuven in Champions, una partita che abbiamo giocato come se fosse facile e non abbiamo fatto la corsa in più. Quando questo succede io mi sento in colpa perché ho imparato che cosa significa per la gente e non solo, anche per calciatrici davvero romaniste come Giada e Alice (Greggi e Corelli, ndr). Per questo dico dell’importanza di indossare la maglia e di dare tutto, lo sento come una cosa che dobbiamo a quello che la maglia stessa rappresenta. Penso anche ai tifosi, ci spingono, ci seguono, fanno sacrifici e non mi piace quando non diamo tutto quello che abbiamo, non dobbiamo deluderli. Non è una questione di risultato o di tecnica, quanto più di dedizione, io non credo di essere la giocatrice più tecnica del mondo, ma è necessario che io provi a fare sempre un qualcosa in più anche per loro prima che per me».
Qual è l’episodio più “romanista” che hai vissuto in questi anni?
«Così di getto mi viene in mente il discorso che Corelli ci ha fatto prima del derby di Coppa Italia. Io l’italiano lo capisco, capisco meno il romanesco soprattutto quando parlato in modo veloce. Ecco, lei parlava velocissima ma mi è bastato guardarla negli occhi per capire che cosa intendeva. Quindi ho pensato “non ho idea di cosa tu abbia detto ma sono pronta a combattere per te”. Poi mi hanno fatto vedere dei video di Youtube per caricarmi e spiegarmi le differenze, poi ci sono i gesti dei tifosi, i tatuaggi che si fanno e tante altre cose».
E tu lo senti questo romanismo?
«Sì lo sento. Sento una pressione che è un privilegio, quello che penso sia giusto e normale avvertire quando giochi per una squadra a cui la gente tiene. Certo, ti possono stracriticare perché non segni e diventi la peggiore, o elogiare al massimo ed essere la più forte in assoluto quando lo fai, ma è qualcosa che va oltre, appunto, è il privilegio di avere su di te delle aspettative importanti. Io pian piano sto entrando anche in questa mentalità. Per esempio sono cresciuta guardando l’hockey, non verrò a dirti che mi svegliavo la domenica mattina per vedere le partite della Roma, mentirei. In realtà anche quando sono arrivata non guardavo tanto calcio maschile. Adesso invece ogni volta che giocano i ragazzi ho le notifiche accese sul telefono e cerco di trovare il modo di vedere la partita. E poi la Roma è sempre attorno a me, se per esempio prendo un taxi, pur non parlando italiano, si parla sempre della squadra, dei giocatori, a volte anche delle giocatrici e dopo neanche 45 minuti mi ritrovo a parlare italiano anche io. Questa è una città che trasuda romanismo».
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