Un dribbling alla banalità e all'ordine precostituito delle cose, l'ennesimo. Così Antonio Cassano ha annunciato il suo addio al calcio giocato, con un colpo di teatro che potrebbe lasciare stupito soltanto chi non lo conosce. Tre giorni dopo il primo allenamento con la Virtus Entella, corredato da sorrisi e applausi, Totò da Bari Vecchia ha detto basta. Se la decisione sarà definitiva - o se invece l'ex romanista tornerà (per l'ennesima volta) sui suoi passi - lo dirà soltanto il futuro. Nel frattempo, però, il ragazzo che in una sera di dicembre del 1999 aveva fatto innamorare l'Italia pallonara ha deciso che ha «altre priorità», perché «ho capito che non ho più la testa per allenarmi con continuità». Al suo annuncio hanno fatto seguito gli inevitabili «e se...?» in cui addetti ai lavori e non hanno ipotizzato un Cassano diverso, più Antonio e meno Totò, con più colpi di classe e meno "cassanate". Tutti esercizi di fantasia, perché Cassano non avrebbe potuto essere Cassano senza Totò, il ragazzo di strada incapace di chinare la testa di fronte alla disciplina e alle regole. Come un Dottor Jekyll orfano di Mister Hyde, come uno yin senza yang, probabilmente il calciatore che Totti ha definito «il più forte con cui abbia mai giocato» sarebbe stato semplicemente uno dei tanti. Sarebbe stato forse uno di quei «soldatini» votati alla causa di un gioco diventato lavoro, di un'arte diventata mestiere.

"Genio e sregolatezza": quante volte è stato detto, parlando di lui? Le corna a Rosetti, il litigio furioso con Garrone, le scenate da bambino dopo un'espulsione, quella giacca tamarra quando si presentò al Real Madrid, affiancato da un simbolo di sobrietà come Butragueño. Non poteva funzionare in Spagna: anche ai Blancos vogliono dei «soldatini». Fenomeni, ma pur sempre soldatini. Ecco perché - se si escludono gli inizi col Bari e una stagione a Genova - gli anni calcisticamente migliori di Antonio/Totò si sono rivelati proprio quelli in giallorosso, assieme a Totti e sotto la guida di Fabio Capello. «Sparuti, incostanti sprazzi di bellezza», come diceva Jep Gambardella ne "La Grande Bellezza", ma impossibili da dimenticare. Al fianco del Dieci ha deliziato i tifosi giallorossi, fido scudiero del Don Chisciotte di Porta Metronia che combatteva contro i mulini a vento di Milano e Torino per far trionfare ancora la giustizia giallorossa, Cassano è stato un Sancho Panza capace di fare poesia con i piedi.

Ma le sue opere d'arte hanno avuto vita breve: i colpi di tacco, i dribbling, gli scambi nello stretto, quella visione di gioco figlia dell'istinto sono andate smarrendosi nel marasma di "cassanate", di colpi di testa che non finivano in rete come quelli contro Juve e Lazio. E di colpo, tra una marcia indietro a Verona e una a Chiavari, tra un grigio ritorno alla Samp e qualche giocata a Parma, Cassano si è rivelato il "Peter Pan" (come l'aveva soprannominato Zampa) che si rifiuta di crescere e vuole rimanere bambino. Con tutti i pregi e i difetti che questo può comportare. O forse è stato semplicemente le mille versioni di se stesso. Uno, nessuno e centomila. Antonio, Totò, FantAntonio, Peter Pan, talento di Bari Vecchia: chiamatelo come vi pare, tanto a lui probabilmente non importa.

Magie (e vizi) capitali

Nato poche ore dopo la finale del Mundial vinta dagli azzurri, il mondo si accorge di lui e del suo innato talento tra la fine del '99 e l'inizio del terzo millennio. Corteggiato da tutta Italia (e non solo), se lo aggiudica Sensi nell'estate post-Scudetto (ma era stato già bloccato): nelle casse del Bari vanno 50 miliardi, a cui si aggiunge la comproprietà di Gaetano D'Agostino. Esordisce in giallorosso l'8 settembre 2001 con l'Udinese, tre giorni dopo gioca 30' contro il Real in Champions. Segna il suo primo gol in un 3-0 rifilato al Piacenza in Coppa Italia il 27 novembre. All'ultima giornata del campionato 2001-02, con un pallonetto che ricorda un gol di Totti al Parma quattro anni prima, ci regala la vittoria a Torino e il sorpasso ai danni dell'Inter che nel frattempo fa harakiri all'Olimpico.

Nella stagione successiva segna due gol in due derby. L'8 marzo 2003 in campionato li punisce di testa, a 2' dalla fine, svettando su Couto e Stam per l'1-1 finale. Si leva la maglietta, come farà un anno più tardi in uno dei capolavori della premiata ditta Totti-Cassano: Roma-Juve 4-0, 8 febbraio 2004. Bianconeri annichiliti, FantAntonio segna due gol e spezza la bandierina tra la Monte Mario e la Nord, quindi chiede scusa a Collina e lo abbraccia. È l'ultima stagione di Capello, i giallorossi chiudono al secondo posto: è l'anno migliore di Totò all'ombra del Colosseo. L'anno seguente è quello dei cinque allenatori, uno dei più travagliati nella storia recente della Roma. A Bergamo, il 12 maggio 2005, Cassano scaccia i fantasmi con un gol che vale tre punti d'oro. Anche stavolta si leva la maglia, sotto ne ha una con dedica per Totti, squalificato quel giorno. Sei mesi con Spalletti, quindi l'addio per accasarsi al Real: quattro anni e mezzo tra giocate sopraffine e anarchia, capricci e assist, gol e corna all'indirizzo degli arbitri. Uno, nessuno, centomila: Cassano è Totò, FantAntonio e Peter Pan. Il bambino più bravo di tutti che, forse annoiato dal suo talento, decide di smettere di giocare. Come è giusto che facciano i bambini che, una volta cresciuti, non si divertono più.