L'odore dell'erba lo sentiva ancora, allenandosi da solo, il rumore dei nemici gli mancava: tre mesi o poco più da svincolato, poi Nicolas Burdisso ha detto basta. «A diciannove anni dall'esordio è il momento di chiudere la mia avventura da calciatore - ha scritto su Instagram, a corredo di una foto in cui abbraccia Diego Maradona - grazie a tutti quelli che mi hanno accompagnato in questo percorso. A Dio, la mia famiglia, i miei compagni e le squadre, gli allenatori e soprattutto i tifosi. Sono orgoglioso e soddisfatto, ho fatto ciò che sognavo da bambino». Trentasette anni compiuti il 12 aprile, arrivò alla Roma quasi per caso, nell'indifferenza generale: i centrali titolari, per la stagione 2009-10, Mexes e Juan erano due intoccabili, ma mancava un'alternativa: Loria, preso un anno prima, si era rivelato un bluff, ed era stato prestato al Torino, Panucci aveva salutato alla scadenza del contratto, Diamoutene, arrivato in prestito per 150.000 euro, era stato rispedito al Lecce. Anche Burdisso venne preso in prestito, ma gratuito: la Roma credeva talmente poco in lui, che neppure fissò il diritto di riscatto.

Lo stesso errore fatto anni prima con un'altra riserva dell'Inter, Marco Delvecchio: come lui Burdisso fece una prima stagione strepitosa, e la Roma dovette firmare un bell'assegno per non farlo tornare a Milano (8 milioni nel caso dell'argentino, allora 29enne). Fece le cose di corsa quell'estate la società giallorossa: Mexes era squalificato, Juan infortunato, il comunicato per l'acquisto dell'argentino uscì sabato 22 agosto, il giorno dopo, senza neppure un allenamento con i nuovi compagni, giocò titolare, tra Motta e Andreolli, con Cassetti terzino destro e Artur in porta. La Roma prese tre gol (a due) quel giorno, tre (a uno) una settimana dopo con la Juventus, e Luciano Spalletti rassegnò le dimissioni. Se Burdisso era arrivato con poche aspettative, Claudio Ranieri suscitava ancor meno entusiasmo: fu la stagione della vita, per entrambi. Mexes, elegante, tecnico e svagato, che si adagiava sulle stimmate del predestinato, chiuse la stagione in panchina, sovrastato dalla ruvida potenza e dal carisma dell'argentino, il "Bandito" per i tifosi.

L'Inter, distratta dalla Champions, perse punti su punti in campionato: alla decima ne aveva 25, contro gli 11 dei giallorossi, che il 12 aprile completarono un sorpasso storico. Per l'argentino, cresciuto nel Boca Juniors, portato in Italia proprio dai nerazzurri, e scaricato dopo 5 stagioni, la gioia sarebbe stata doppia: il 25 aprile la doppietta di Pazzini in Roma-Samp spense il sogno, l'Inter tornò avanti, e fu triplete. Ma l'affare Burdisso era riuscito talmente bene che la Roma provò il bis, affiancandogli il fratellino Guillermo, classe 1988, pure lui difensore, che però andò via dopo un anno, e sole 2 presenze. Nicolas ne fece 101 in campionato, con 6 gol, 14 in Coppa Italia, 16 in Europa: lasciò nel gennaio del 2014, dopo sei mesi ai margini, con Rudi Garcia. Tre anni e mezzo al Genoa, l'ultima stagione al Torino, a settembre si è parlato del Napoli, dopo che Chiriches si è rotto il crociato a mercato chiuso, ma Ancelotti ha puntato sul 22enne Luperto. «Si gioca come ci si allena», disse una volta Ranieri al gruppo. E Burdisso lo interruppe: «No, mister. Si gioca come si vive». Buona vita, Nicolas. E grazie di tutto.