Pivelli a chi? La domanda (retorica) rimanda a poche settimane fa. Bocce ancora ferme, vigilia di campionato, analisi in corso sulle varie rose. Quella della Roma definita a più riprese, da più parti, anche a latitudini molto vicine, «piena di scommesse, troppo acerba, costruita su ragazzini alle prime armi o poco più». O con stroncature molto affini. A distanza di due mesi, con il primo quinto di stagione già archiviato, i fatti dicono ben altro. È vero che a disposizione di Di Francesco sono stati messi diversi talenti giovani (in qualche caso anche giovanissimi). Ma i dati della Serie A indicano i giallorossi schierati nelle otto giornate disputate finora come la quarta squadra più anziana del torneo (con una media di 27,9 anni), dietro a Parma, Chievo e Juventus. Aspetto che certifica come il tecnico romanista si sia affidato ai più esperti del gruppo, quantomeno in questa fase iniziale.

La Roma si fa in 4

La ricerca della stabilità è cominciata con quella che da sempre rappresenta la spina dorsale di ogni squadra: portiere, difensore centrale, regista, centravanti. Ovvero rispettivamente Olsen, Manolas, De Rossi e Dzeko. Sono loro i magnifici quattro ai quali Di Francesco non rinuncia, se non in casi eccezionali dettati principalmente da condizioni fisiche non ottimali. Sia pure nell'ambito di un larghissimo ricorso al turnover, che lo ha già portato ad alternare ventitré calciatori sui ventisei in rosa. Fra i giocatori di movimento soltanto Coric non ha mai messo piede in campo in impegni ufficiali, oltre ai due portieri Mirante e Fuzato. Sintomo che la ricchezza e la profondità della rosa sono sfruttate fino in fondo, ma c'è un asse portante che rappresenta l'anima della squadra. Irrinunciabile.

Se per Olsen vale il discorso che accompagna in genere ogni portiere (unico ruolo in cui titolare e riserve sono immediatamente distinguibili), è altrettanto vero che all'inizio della sua avventura romanista da più parti si ventilavano dubbi sul suo utilizzo. Complice la pesante eredità di Alisson, sullo svedese sono piombati venti di diffidenza che soltanto nelle ultime settimane sembrano placati. A suon di prestazioni convincenti. Mai sopra le righe, sempre stabile, concreto, esattamente come chi deve parare il parabile. Più antieroe che supereroe, a dispetto del nome di battesimo. Quanto basta però per ricavarsi un posto da titolare inamovibile: è lui l'unico sempre presente, anche in Champions.

Esattamente la condizione che qualche metro più avanti appartiene a Manolas. Il greco reso eroe immortale dal gol in Champions che capovolse Barça e storia in un colpo solo, non può che essere uno degli intoccabili per antonomasia. En plein di partite (non di minuti) in campionato, torneo in cui ha rinunciato soltanto a un tempo di gioco, contro il Frosinone, quando una lieve indisposizione ha convinto l'allenatore a risparmiargli la ripresa di una partita che era già sul 3-0 a fine primo tempo.
Nonostante i 35 anni compiuti, a De Rossi è accaduto una sola volta di non partire titolare, nella gara casalinga con il Chievo. Ma anche in quell'occasione è stato mandato dentro quando il match si è complicato. La sua sapienza tattica, unita alle indiscutibili doti di carisma e personalità che anche sui compagni possono diramare effetti benefici, lo pongono quasi di diritto fra i perni della squadra. L'abnegazione che lo contraddistingue e gli ha fatto stringere i denti a Empoli, nonostante il dito del piede fratturato, rappresenta un motivo ulteriore. Il Capitano è un totem.

In qualche modo - sia pure senza gradi - lo è anche Dzeko. Attaccante straordinario, decisivo in fase di costruzione come di finalizzazione. Il suo apporto alla manovra offensiva è costante: fisico da corazziere grazie al quale riesce a "pulire" palle sporche e a creare spazi anche nel gioco aereo, accompagnato da piedi sopraffini. E i 33 anni che intravede all'orizzonte non sembrano scalfire nessuna delle sue qualità, tanto da farlo "riposare" solo nel match casalingo coi ciociari. E da fargli chiudere il cerchio dei Fab Four romanisti.