"Lontano dagli occhi, lontano dal cuore", avete presente? Stronzate. Perché spesso è tutto il contrario: maggiore sarà la distanza dalla persona che ami, più grande sarà il tuo pensiero, il vostro. Insieme. E così la ROMA, così lo stadio. Perché quella è casa sua, casa nostra. Che tutte queste partite – bruciate una dopo l'altra e per questo dimenticate un attimo dopo – assomigliano, con la nostra impronta meno nobile sul divano, più alle domeniche delle nonne davanti una delle reti generaliste che al tumulto a cui siamo abituati, quello con cui siamo cresciuti. Quello fatto di riti e rituali, traffico e parcheggi da inventare, panini consumati camminando e birre spillate dentro bicchieri di plastica. Esultanze liberatorie e, pure, certe volte tanta rabbia che ognuno inizia a sbollire a suo modo durante il percorso di ritorno. Chi chiacchiera, chi impreca, chi si ammutolisce, chi pensa già alla partita successiva. Niente di tutto questo, a casa.

Con il telefono sempre acceso e le notifiche che impazzano perché ognuno ha sempre qualcosa da dire. Ma nel modo sbagliato: scrivendo. C'avete mai pensato? Ogni volta che si scrive un messaggio durante una partita… vuol dire che gli occhi, la partita, hanno smesso di guardarla. E se considerate che, in media, durante i 90 minuti di notifiche ne arrivano decine e decine… in quegli attimi viene da chiedersi: è rimasto ancora qualcuno che sta guardando la ROMA? Perciò se all'inizio di questo calvario il cercarsi attraverso una delle dodicimilaseicentovenditue chat, che ognuno di noi ha, poteva apparire un modo, divertente, per continuare a vederla "insieme", già da qualche tempo tutto questo mi annoia terribilmente. E così, subito dopo il fischio d'inizio, giro il telefono e metto muto. Perché se proprio devo vederla in silenzio… che almeno, questo silenzio, debelli anche i commenti qualunquisti, le sentenze dopo il primo pallone sbagliato, i tuttologi, i lavevodettisti. Giusto quando segna, lì sì! Lì, quel maledetto marchingegno, lo riprendo per far festa insieme. Anche se insieme, per davvero, sarà solamente quando risaliremo in macchina e Mauro – chissà il vostro, di Mauro, come si chiama – ci costringerà a partire tre ore prima dell'inizio e a parcheggiare al solito posto perché «Lì ci abbiamo vinto lo scudetto». Qualcuno, prima o poi, dovrà dirglielo che sono passati venti anni…