Non esiste un bambino in tutta Gotham City che abbia smesso un secondo di sperare nell'intervento del supereroe mascherato, come d'altronde non è esistito un solo romanista in quel settore ospiti che abbia pensato di smettere di cantare quando ormai il tempo era agli sgoccioli e il fantasma del pareggio era pronto a palesarsi. Sono arrivati in poco meno di mille e cinquecento da tutta Italia, chi da luoghi vicini e altri, tanti, dalla Capitale lungo binari interminabili o percorrendo l'autostrada nonostante il bollino nero di una domenica di rientri.
Per molti una giornata di arrivederci alle vacanze, per loro, i romanisti, il giorno per dirle "bentornata". L'avevano attesa e non avrebbero potuto far altro che gremire in ogni ordine di posto lo spicchio dell'Olimpico Grande Torino, superando gli ostacoli e sfidando un caldo torrido capace nella prima frazione di generare invidia verso le poche file coperte dall'ombra. Un po' di ombra e poi la luce che abbaglia, non gli occhi ma il cuore. Boato sordo, finalmente Dzeko: il supereroe senza maschera che ha scelto di andare verso quei drappi attaccati con amore, togliersi la maglietta come molti davanti a lui alle prese con un'afa a tratti insopportabile. Correndo incontro a quei romanisti, uomini e donne sparsi e stretti spalla a spalla in ogni fila, che non hanno smesso un secondo di credere nella loro Roma.

In quel piattone sinistro che è stato pugno per i granata e carezza per noi. Su un pallone pennellato da un piede giovane, destro e da destra. Per smentire richieste figlie di un tormentone "esterno mancino di piede opposto", rispedito al mittente. Il destro del piccolo Justin e il sinistro del grande Edin: l'esplosione quando il sole era in procinto di salutarli, mentre lì in quello spicchio erano abbracci, baci, seggiolini da saltare a piè pari e voci rotte da una rete che se questo è l'assaggio di stagione beh, forse alla trentottesima qualcuno rischia seriamente di arrivarci a dir poco provato. Il cuore sincero di chi, a ridosso del fischio d'inizio, si è stretto in un silenzioso abbraccio che era urlo di dolore. Per Genova, per i genovesi e gli striscioni lì a ricordare quanta umanità esista in un luogo troppe volte dipinto come il girone dantesco degli inumani, degli sbandati che dopo tanto errare erano arrivati nel settore ospiti per colorare di giallo e soprattutto di rosso dove tutto intorno era granata. Stretti in un silenzio assordante prima di alzare l'inno di sempre: rito che non conosce abitudine, nel senso annoiato del termine. Tra motivetti in voga nella scorsa stagione, quelli nuovi di un'estate di attesa sbeffeggiata pensando a nuovi messaggi per la Roma e il recupero di vecchi cori che neanche il cassetto più segreto dell'anima e del tempo ha saputo rinchiudere e sigillare. Torino-Roma è un settore ospiti che di ospiti ha poco, perché per loro dove c'è la Roma c'è casa. Un cigno dalle ali sporche per ottantotto minuti e cinquanta secondi che è stato capace di spiegarle d'improvviso in un volo culminato ai piedi dei romanisti. Lì dove un abbraccio conta, come l'abbraccio tra un capitano che si è guardato indietro e ancora una volta è andato a cercare il nuovo uomo solitario.

Quello chiamato al difficile compito di sostituire un ex supereroe de noantri, stretto nella morsa di capitano disposto all'ammenda perché la fascia blu e bianca non farà mai per lui.
Non sarà mai cosa nostra, dei romanisti. Tre pali per continuare una tradizione beffarda e stoppare in gola un urlo. Tre come i punti nelle tasche di chi ha ingannato il lungo rientro in una notte fresca e solitaria, prima di trovar meritato riposo nelle comodità casalinghe e lasciar libera la mente mentre nella testa l'eco faceva ancora una volta rima con Dzeko.
Se fosse possibile sentire i sussulti della profonda anima dei romanisti, di quelli presenti ma anche di quelli lontani dal settore compreso tra Via Filadelfia e Corso Galileo Ferraris, ne sortirebbe fuori una ode alla felicità. Quella che non dura affatto un solo minuto, ma almeno novanta più recupero. Bentornata Roma, ben ritrovati romanisti.