Trecento dietro l'angolo. Le Termopili sono lontane nel tempo e nello spazio, ma la carriera di Edin Dzeko sembra in qualche modo ispirata dalla leggenda spartana. Profeta in patria con la maglia della Nazionale, con la quale ha battuto ogni record di reti e presenze; eroe lontano da casa, in ogni club cui ha regalato le proprie prodezze. E mai dalla parte più comoda, scontata, dove sarebbe stato facile ottenere successi. I suoi se li è costruiti dove l'attitudine a primeggiare non è mai stata parte della tradizione. Ha lottato contro giganti, mai partendo da favorito. Lì i suoi strepitosi numeri non sono rimasti fini a se stessi, ma hanno contribuito in maniera determinante a far primeggiare le squadre che lo hanno scelto.

Anche in questo risiede la grandezza de centravanti bosniaco, anni 34 e un bel pezzo (ne compirà 35 a marzo) e non sentirli, circa 18 da calciatore professionista, carriera quasi maggiorenne nella quale mette insieme una dote di 299 reti. A un passo dall'esclusivo club dei trecentisti: roba che nell'era dei Messi e dei Ronaldo può sembrare quasi ordinaria al cospetto dei due marziani, ma che in realtà è stata raggiunta da un ristrettissimo nugolo di giocatori. Tutti in grado di marchiare a fuoco la storia di questo sport. Da Totti in giù. E Dzeko che con il Dieci è riuscito anche a giocare per qualche anno (purtroppo soltanto nella parte crepuscolare della sua maestosa parabola), ne ha ereditato da un anno la fascia - dopo i passaggi obbligati sulle braccia di De Rossi e Florenzi - e si è posizionato nella sua scia. Le cifre romaniste non sono ovviamente paragonabili, ma in sole cinque stagioni e mezza, Edin ha centrato il podio dei bomber di ogni epoca, superando il primo campione d'Italia Amadei e mettendo nel mirino l'altro scudettato Pruzzo.

L'attuale numero 9 non può ancora vantare trofei, ma vuole provare a sfatare il tabù. Nonostante le sirene interiste e juventine degli ultimi due anni, alla fine è rimasto ancorato alla Capitale e l'ambizione nemmeno troppo celata è quella di sollevare trofei anche qui. Proprio come ha fatto a Wolfsburg, dove prima di lui titoli non ne avevano mai visti, e Manchester, in quella sponda City lontana anni luce dalle glorie United fino al suo avvento. In Inghilterra e Germania realizza oltre 150 reti complessive, ma il suo contributo si rivela decisivo soprattutto nei confronti dei compagni di reparto, rispettivamente Grafite e Aguero. A loro offre le parti da bomber protagonisti, ritagliandosi il ruolo di spalla extra-lusso reso possibile dalla tecnica sopraffina tipica del trequartista, ruolo occupato a inizio carriera nello Zeljeznicar.

Dalla prima uscita fuori dalla Bosnia, in Repubblica Ceca, la capacità di trovare la porta lo rende attaccante. Atipico, ma pur sempre con le stimmate del bomber. Bundesliga e Premier confermano la predisposizione. Che esplode però a Roma, dove segna più che in qualsiasi altro posto, toccando (per ora) quota 113. Fino ad arrivare a un passo dai fatidici trecento.