«Quando abbiamo vinto questo scudetto?».
«Ufficialmente alle 17.03 del 17 giugno 2001, quando finì l'ultima partita. Ma la tua domanda non è semplice quanto credi... Qualcuno, ad esempio, pensa che lo abbiamo vinto un anno prima, quando lo vinse la Lazio».

«Noooo, un'altra volta?»
«Purtroppo sì. Eravamo tutti arrabbiati, i più arrabbiati di tutti rovinarono anche l'addio al calcio di Giannini invadendo il campo, erano passati solo tre giorni... ma pochi giorni dopo era già tutto finito. Prendemmo il centravanti più forte del mondo, Gabriel Batistuta, che aveva giocato per anni nella Fiorentina, segnando tantissimi gol ma vincendo poco. C'erano diciottomila persone allo stadio solo per salutare lui, che aveva 31 anni e aveva scelto la Roma per vincere il campionato. Molti pensano che lo abbiamo vinto quel giorno e che quella fu la risposta migliore ai laziali. È vero, noi abbiamo sempre cancellato subito i loro pochi successi, te l'ho già spiegato. Ma questo è perché i loro pochi successi non ci scalfiscono minimamente. Batistuta lo stavamo trattando da mesi, da un anno ci eravamo già assicurati il più forte difensore argentino, Walter Samuel, a gennaio avevamo già concluso l'acquisto del miglior centrocampista brasiliano, Emerson. Avevamo già iniziato a costruire uno squadrone, la vittoria della Lazio è stata giusto un accidente. L'arrivo di Batistuta ci diede la certezza che sarebbe stato il nostro anno. Pensa che in ritiro precampionato, in Austria, Aldair disse queste parole: "Non ho sofferto più di tanto per lo scudetto della Lazio. Ho pensato solo alle facce che faranno loro quando lo vincerò io. Cioè quest'anno"».

«C'era ancora Aldair?»
«Sì, aveva 35 anni, aspettava questo momento da dieci anni, come tutti noi lo aspettavamo da diciotto. Da quando lo aveva vinto la mia Roma. Forse nessuno si meritava quello scudetto più di lui, che per anni era rimasto in una squadra non all'altezza della sua grandezza. Era già un pezzo di storia della Roma. Ed è per questo che abbiamo vinto, non per rispondere alla Lazio: abbiamo vinto perché in quella stagione è scesa in campo tutta la storia della Roma. Il 27 novembre 2000 fu inaugurato il nuovo campo Testaccio. Sessant'anni, un mese e sei giorni dopo la prima volta, finalmente quel campo tornava ad essere usato per giocare a calcio. Quel giorno c'era tutta la storia della Roma: Franco Sensi, il nostro presidente, tifoso già dai tempi di Testaccio, era figlio di un ex giocatore della Pro Roma (Si chiamava Silvio e una volta fece tre gol alla Lazio), società che si fuse con la Fortitudo e rappresentava la fondazione; vennero Amadei e Krieziu, che proprio a Testaccio avevano esordito e che rappresentavano lo scudetto del 1942; c'era Amos Cardarelli, simbolo del ritorno in Serie A; c'era Giacomo Losi, il capitano; c'era Bruno Conti, lo scudetto del 1983. Sì, si era mossa tutta la nostra storia in quell'anno. L'allenatore era Fabio Capello, che, come ricorderai, era stato portato alla Roma come giocatore da Eraldo Monzeglio, nostro grande giocatore e vice di Schaffer nel 1942. "Pensa sempre a Roma" disse una volta l'avvocato Agnelli dopo averlo acquistato. "Fabio", lo chiamava Nils Liedholm, che quando nel 1987 fu esonerato dal Milan consigliò proprio lui per la sua sostituzione e che era ancora con noi, come consigliere del presidente. La nostra storia è speciale, ne dobbiamo avere cura perché ci trasmette l'orgoglio di essere romanisti, ci dà forza. Te lo ripeto perché devi credermi: il motivo principale per cui abbiamo vinto lo scudetto è questo: perché è scesa in campo tutta la nostra storia».

«E Batistuta e gli altri?»
«L'arrivo di Batistuta fu come quello di Falcao. Parlò subito di vincere. "Tutti dovranno tremare di fronte alla Roma – disse – Se pensassi ai soldi, avrei già cambiato squadra altre volte. Sono alla Roma perché qui c'è la rabbia che mi porto dentro da sempre". Se segnava tre gol ma sbagliava il quarto, s'arrabbiava. Falcão dopo che Cerezo segnò il gol del 3-0 in Coppa Campioni contro la Dinamo Berlino, non esultò e disse a tutti: "Dobbiamo farne ancora uno". Ed è giusto così, non bisogna mai accontentarsi, mai sedersi, mai mollare... questi sono i nostri "Mai", altro che "Mai ‘na gioia", che ogni tanto avrai sentito... Non è una cosa romanista. Falcão o Batistuta non lo direbbero mai. Alla prima giornata Batistuta inseguì fino all'ultimo un pallone che stava già entrando in porta, toccato da un difensore del Bologna. Ma voleva arrivarci lo stesso. Non ci riuscì e quando il pallone entrò esultò poco. Rosso di rabbia. Rosso Roma. "Puntiamo allo scudetto", disse subito. Deciso. Fiero. Già romanista. Capelli lunghi come una criniera, divenne subito il nostro Re Leone. Era veramente un leone, segnò 13 gol nel girone d'andata e stava anche male a causa di un'infiammazione a un ginocchio. Era veramente un re, dava forza ai nostri e metteva paura agli avversari. L'ultimo ad essere chiamato "re" era stato proprio Falcão, prima ancora Amadei. Gli altri due scudetti. La storia della Roma era dentro di lui, giallo nei capelli, rosso nella rabbia. La Roma era da sempre nella sua storia. La storia della Roma è piena di grandi argentini, quasi tutti grandi attaccanti. Li ricordi? Balbo, che era tornato alla Roma insieme a lui, Lojacono, Manfredini, Angelillo, Pesaola, Pantò, Scopelli... uno dei tre argentini che furono costretti a scappare, impedendoci di vincere il campionato del 1936. Ora gli argentini non scappavano, arrivavano. Come Samuel, solo 23 anni, ma pronto per essere il nostro muro. Gli avversari ci andavano a sbattere addosso. Anche lui aveva tanta rabbia dentro, avendo lavorato duro fin da giovanissimo per aiutare la madre, dato che il padre era scappato. La rabbia di quella squadra stava anche nel rosso di una maglia disegnata con il giusto colore e nient'altro. Tinta unita in trasferta, elegantissima. Come tanti giocatori: Vincent Candela, potentissimo perché aveva giocato anche a rugby, delicatissimo con i piedi. Il suo regno era la fascia sinistra. A Bari ha segnato un gol da fuori area dopo aver fatto tre palleggi al volo. E poi Cafu, l'unico giocatore della storia del calcio ad aver disputato tre finali mondiali, correva sempre sulla fascia destra e non si scomponeva mai. È stato capace di farci esultare come per un gol... senza aver fatto gol. Contro la Lazio, fece passare il pallone per tre volte sopra la testa di Nedved, spostandolo da una parte all'altra e riprendendo il pallone sempre al volo, lasciando fermo sul posto il giocatore laziale. Troppo bello, troppo elegante, troppo superiore, abbiamo veramente esultato come se avesse fatto gol. Un altro giocatore elegantissimo era Zago, difensore brasiliano capace di portare palla a testa alta, senza mai guardarla, e diventare un centrocampista in più quando avanzava. Ma quando c'era da sporcarsi le mani in difesa, non si tirava mai indietro. E poi saliva di nuovo in avanti. E come saliva... Argentina e brasiliana, cattiva e bella, potente ed elegante, sinistra e destra... in altre parole, aristocratica e popolare. Per questo ha vinto quella Roma. Perché era veramente la Roma. Un altro così, potente ed elegante, era Emerson, ma si fece male prima dell'inizio del campionato e dovemmo aspettare gennaio per vederlo. Pianse, il giorno della presentazione, perché all'Olimpico gli applausi più forti erano per lui. Ma eravamo in grado di essere fortissimi anche senza di lui: a centrocampo avevamo Cristiano Zanetti, che in tutto il girone d'andata non ha mai sbagliato una partita, un movimento, un intervento, un passaggio, niente. Nel girone di ritorno riscoprimmo Marcos Assuncão, brasiliano che c'era anche l'anno prima e che sapeva calciare delle punizioni con traiettorie impossibili per i portieri. Ma il nostro miglior centrocampista, secondo molti addirittura il miglior giocatore di quel campionato, è stato Damiano Tommasi. Era dei nostri già dal 1996, correva tanto ma faceva anche molti errori. Si beccava critiche e nel frattempo lavorava, imparava, migliorava, faticava e scavava fino al fondo di tutte le sue energie, trovandoci un campione vero, contando sulla grande forza che aveva dentro e che gli permetteva anche di dire e fare sempre ciò che riteneva fosse giusto. Per questo magari non stava simpatico a tutti, ma andava sempre dritto per la sua strada. È stato in panchina solo il primo tempo della prima partita, col Bologna, poi è entrato e non è uscito più. È stato anche capitano quando Totti non c'era, in una partita delicatissima a Udine, ha segnato e ha esultato braccia al cielo. Aveva segnato anche a Bergamo, in casa dell'Atalanta, sotto al diluvio, e il pugno nella pioggia di quel giorno secondo me è l'immagine più bella della Roma campione d'Italia 2001. Ha qualcosa della mia a Pisa… Tutte le esultanze di Tommasi erano belle, perché erano l'espressione di una gioia spontanea e pura, come se fosse rimasto sempre quel bambino che giocava ai Mondiali di calcio con i suoi fratelli nel paesino vicino Verona dove era nato. Correva con o senza palla, per attaccare o per difendere, una volta ha rincorso Davids, centrocampista fortissimo della Juventus, gli ha sradicato la palla dai piedi, si è rialzato sempre palla al piede e ha impostato l'azione offensiva. Davids si è messo paura. Qualche anno dopo ha avuto un infortunio gravissimo, ci ha messo più di un anno per tornare a giocare e lo ha fatto chiedendo il minimo di stipendio. Non giocò gratis solo perché le regole non lo permettevano, altrimenti avrebbe fatto proprio come Giorgio Carpi, lo ricordi? Era di Verona anche lui, come Guido Masetti. A Verona era stato allenato da Liedholm. Come vedi, c'è la storia della Roma anche dentro di lui, anima romanista. Era molto amico di Eusebio Di Francesco, che si fece male a inizio stagione, in panchina spesso soffrì e forse proprio per questo quando, a tre giornate dalla fine, mentre stavamo pareggiando col Milan, arrivò la notizia che l'Inter aveva pareggiato contro la Lazio riportandola a 4 punti di distanza, esultò più di tutti. Anzi no, più di tutti esultò Totti, abbracciando proprio lui. Eusebio, che alla Roma è tornato due volte, da team manager e da allenatore. La Roma insegue sempre la Roma: perché è un sogno. Un altro grande amico di Tommasi è Marco Delvecchio. Anche lui era alla Roma da tanto tempo, perfino da prima di Tommasi. Anche lui si era preso dei fischi perché un anno ogni volta che segnava mostrava le orecchie al pubblico. Poi le cose si chiarirono e fu amatissimo, anche perché segnava sempre contro la Lazio, ben 9 volte. Pensa che il malinteso nasceva dal fatto che nell'estate del 1998 sembrava che la Roma potesse prendere proprio Batistuta, ma poi non arrivò... Be', ora che c'era Batistuta, che c'era anche Totti, Delvecchio comunque rimase titolare. "Sacrificati per la squadra e vinceremo il campionato", gli propose Capello. Lui accettò, praticamente non fece più l'attaccante, ma fu fondamentale per dare equilibrio alla squadra e correva tantissimo per rientrare. Eppure fece comunque tre gol, naturalmente uno dei quali alla Lazio. Pur di farlo giocare, Capello tenne in panchina Vincenzo Montella, che credo sia stato, dal punto di vista tecnico, il più forte attaccante della storia della Roma. Piccolo ma imprendibile per i difensori, non si lasciava scappare nessuna occasione per fare gol. Si arrabbiava tantissimo quando stava in panchina, ma quando entrava segnava sempre. Nel girone di ritorno ha segnato gol importanti e bellissimi, in quella partita con il Milan alla terz'ultima mentre stavamo perdendo ha pareggiato con un pallonetto da 35 metri scavalcando il portiere del Milan che era altissimo. Uno dei gol più belli della storia della Roma. La sua classe e la sua rabbia sono state fondamentali. Eravamo tutti rossi di rabbia. Rossi come l'amore, rossi come le bandiere che già durante l'anno parlavano di vittoria: veni, vidi, vici. Rossi come il fuoco che ci bruciava dentro da troppi anni, rossi come il Liverpool che ci eliminò dalla Coppa Uefa perché l'arbitro prima ci diede un rigore e poi ci ripensò. Ma scacciammo tutti i fantasmi della nostra storia, compreso il Lecce, non tanto perché lo battemmo due volte, quanto perché anche stavolta l'ultima in classifica era allenata da Fascetti, lo stesso allenatore del Lecce del 1986. Era il Bari, all'andata ci fermò per 1-1 all'Olimpico, ma al ritorno Fascetti non c'era più, era stato esonerato, e vincemmo facilmente 4-1 con lo stadio di Bari che era pieno di tifosi della Roma. Erano quasi trentamila, credo che non si sia mai visto uno stadio totalmente conquistato dai tifosi in trasferta come quella volta nel campionato italiano. Era tutto rosso anche quel giorno. Rosso come il Sol Levante, quello della bandiera del Giappone. L'anno prima avevamo preso anche un centrocampista giapponese, più forte di un cartone animato. Giocava quando non c'era Totti e lo faceva sempre benissimo. Il 6 maggio 2001, quando la Juve ci stava battendo 2-0 ed era virtualmente tornata a -3, entrò al posto di Francesco e a un quarto d'ora dalla fine segnò un gol bellissimo da fuori area. Poi pareggiò Montella e la Juve tornò a -6».

«E Totti?»
«Era il più contento di tutti. Dopo il 2-2 è rimasto almeno un quarto d'ora sotto il settore dei tifosi della Roma a festeggiare. Lì lo Scudetto era veramente vicino. Dall'anello superiore dove sto mi sono messo a guardare le danze dei romanisti sugli anelli del Delle Alpi. Il paradiso, ma dovevamo ancora vincere in terra. La giornata successiva, contro l'Atalanta, sullo 0-0 Capello ripeté il cambio: fuori lui, dentro Nakata. E segnò Montella. Totti rimase a vedersi la partita sotto la Sud. Si comportò da vero capitano e da vero leader. Un giorno, contro il Perugia, mentre stavamo perdendo 2-1 a causa di un brutto errore di Antonioli, una parte della curva iniziò a contestare il nostro portiere. Lui difese il suo compagno di squadra calmando i tifosi. "Ma che fate? Siamo primi", disse placando i fischi. Finì 2-2. Antonioli ci aveva salvato nel primo tempo della prima partita, col Bologna, e anche in quel momento alcuni tifosi iniziarono a mormorare... non era un bel clima, eravamo reduci dall'eliminazione in Coppa Italia con l'Atalanta... ma lui ci salvò e poi, all'ultimo minuto del primo tempo, proprio Totti segnò di testa il primo gol di quel campionato. Ne fece 13, tutti belli, contro l'Udinese all'andata segnò con un sinistro al volo in diagonale potentissimo e stupendo, in tribuna c'era Platini che il giorno prima lo aveva criticato e che fu costretto ad alzarsi in piedi per applaudirlo. Era dicembre, in quei giorni si assegnava il Pallone d'Oro. Lui era stato il miglior giocatore degli Europei, se la Francia non avesse pareggiato all'ultimo secondo durante la finale, lo avrebbe vinto lui. Ma lo scudetto della Roma valeva più di tutto. Lui era ormai diventato il più forte di tutti. Quella Roma, la sua Roma, è stata più forte di tutto e tutti».

«Raccontami».
«Quella Roma ha veramente vinto uno scudetto rosso come il cuore. Ce l'ha dovuto mettere tutto, il cuore. Ha avuto bisogno di vincerlo non una, ma tante volte. L'ha vinto alla prima, col Bologna, quando Antonioli prima e Totti poi scacciarono i fischi e le paure. L'ha vinto alla seconda, a Lecce, con Batistuta che fece gol con un colpo di testa dal limite dell'area potente come un tiro. L'ha vinto alla quinta giornata a Brescia, subito dopo la prima sconfitta con l'Inter. Stava perdendo 2-1, poi Batistuta ha fatto tre gol. Non si è accontentato della doppietta del 3-2 e ne ha fatto un quarto. L'ha vinto alla settima a Verona, rimontando anche lì con Totti, Candela e altri due gol di Batistuta, che tirò una punizione talmente forte che stava per spaccare la porta. L'ha vinto la domenica dopo, quando proprio Batistuta ha segnato ancora, con una bomba da fuori area, contro la sua ex squadra, la Fiorentina, e ha pianto, anche se non si è visto perché è stato travolto dalla marea rossa dei suoi compagni che lo abbracciavano. L'ha vinto il 17 dicembre 2000, battendo la Lazio con un autogol di Negro, e non c'è modo più bello di vincere un derby. Di vincere poi uno scudetto. L'ha vinto il 4 febbraio a Parma, all'ultima giornata del girone d'andata. Avevamo dominato, sbagliato tanti gol, anche un rigore, ma stavamo perdendo fino a 13 minuti dalla fine. E ci ha pensato ancora lui, Batistuta, con due gol praticamente uguali, destro al volo su lancio da lontano. Si è inginocchiato e il settore ospiti dello stadio di Parma sembrava quasi venire giù, un'onda giallorossa pronta a travolgerlo. Un re che si inginocchiava di fronte al suo popolo. Solo con la Roma succedono queste cose, perché la Roma è magica. L'ha vinto il 4 marzo contro l'Inter, che stava andando male ma che disputò le uniche due partite buone dell'anno contro la Roma. Vieri ci segnò due gol, ma avevano segnato anche Assuncao e Montella. Sul 2-2, a 1' dalla fine, però, proprio Montella di testa, lui che era il più basso di tutti, mise in porta il gol del 3-2 e l'Olimpico esplose. L'ha vinto il 22 aprile a Udine, dopo aver perso con la Fiorentina e pareggiato con il Perugia. Le avversarie si erano avvicinate, l'Udinese aveva due giocatori (Fiore e Giannichedda) già acquistati dalla Lazio, Totti era squalificato ma andò lo stesso a Udine per sostenere i compagni. "Abbiamo tanta voglia e tanta rabbia", disse. Vincemmo 3-1, segnarono Montella, Tommasi e Nakata. L'ha vinto la settimana dopo, quando la Lazio, che era a -7, pareggiò all'ultimo secondo il derby, ma l'esultanza dei suoi tifosi durò pochissimo. Quel 2-2 era l'ennesimo passo avanti della Roma verso il tricolore e loro lo sapevano. L'ha vinto il 6 maggio a Torino, con quel 2-2 con la Juve che ti ho raccontato prima. Da quel momento in poi è stata solo un'attesa, forse un po' troppo lunga, fino al 17 giugno. Roma-Parma. Finì 3-1, proprio come la nostra festa del 1983, 3-1 col Torino, ricordi? In realtà però la partita finì al primo gol, segnato da Totti, com'era giusto che fosse, dato che proprio lui aveva dato il via a questa favola alla prima giornata. Col Bologna, sotto la Sud, come il mio primo gol in serie A… Sbloccò anche l'ultima partita, col Parma, con un tiro violentissimo. Sembrava me. Entrò nell'area, tirò senza guardare, e il portiere lo fece passare. Andò sotto la Sud e rientrando in campo cercò con gli occhi la mamma, che era in tribuna e che per la prima volta aveva indossato la sua maglia. "È vostro! È vostro!", disse indicando lei e tutta la sua famiglia. Lo scudetto era finalmente nostro. Era di tutti. Una marea di tifosi si riversò in campo. Franco Sensi a un certo punto volle fare un giro in mezzo a loro. "Ho visto questa gente soffrire. Questa gente meritava lo scudetto". E' stato un grande presidente, era uno come noi, anche quando ha sbagliato qualcosa l'ha fatto per eccesso di passione. Fuori dal campo, aveva difeso la Roma con tutte le sue forze in quella stagione. Ora si confondeva con quella marea giallorossa che aveva vinto lo scudetto. Sì, l'hanno vinto anche i tifosi. Quelli che accolsero Batistuta una settimana dopo lo scudetto laziale, quelli che colonizzarono lo stadio di Bari, che un lunedì andarono in diecimila a Firenze e in trentacinquemila all'Olimpico davanti a un maxischermo, quelli che da Piazza San Giovanni il giorno di Napoli-Roma due settimane dopo si trasferirono al Circo Massimo per cantare i nostri inni, i nostri cori e inventare nuove canzoni. I tifosi della Roma erano al centro del mondo. Bloccavano il traffico suonando all'improvviso i clacson nei tanti lunedì dopo le vittorie, riempivano le piazze d'estate con feste spontanee perché ogni giorno era buono per festeggiare la Roma, coloravano il mondo di giallo e rosso».

«Ma i tifosi della Roma siamo noi!»
«Sì. Siamo noi, siamo noi, i campioni dell'Italia siamo noi».