La partita della Roma di San Siro contro il Milan potrebbe essere descritta solo per immagini. È finita in parità, non ha portato tre punti come auspicato da Fonseca oltre che da tutti i tifosi romanisti, ma un pareggio che sa un po' più di un punto. Per come si era messa e per le occasioni avute dalle due squadre la Roma è andata più vicina semmai a perderla la gara che a vincerla, anche se in maniera episodica.

Eppure da lunedì sera il tecnico portoghese e i sostenitori giallorossi hanno qualche motivo in più per essere convinti di poter fare una stagione migliore di quella passata. Ci vuole poco, si potrebbe obiettare. Ma in una stagione che era cominciata in salita tra le normali difficoltà iniziali dovute al cambio di proprietà, i continui rumors sull'allenatore traballante, la follia burocratica (leggi caso Diawara) che è costata due punti sul campo del Verona e i casi di mercato (le sliding doors Dzeko-Milik, El Shaarawy sfumato, Smalling arrivato all'ultimo secondo), la Roma invece di sciogliersi si è compattata al suo interno.

Friedkin, padre e figlio, molto presenti a Trigoria ma sempre presenti in tribuna al seguito della squadra, Fonseca, che continua a giocarsela seguendo solamente il suo istinto (e per ora è imbattutto sul campo in stagione), i tenori della rosa, quei giocatori di qualità qualche volta ingenerosamente sottovalutati per l'apporto che possono dare (Pedro, Mkhitaryan, Pellegrini, Veretout), la classe operaia (Mirante, Kumbulla, Mancini, Ibanez su tutti ma anche la cooperativa Karsdorp, Peres, Santon e gli spagnoletti), tutto si può riassumere nelle immagini di Edin Dzeko lunedì sera al Meazza.

Un capitano

Quella del bosniaco che doveva vestire bianconero e che invece il destino ha voluto vestisse ancora giallorosso è l'immagine di un capitano ritrovato, che come calciatore non si è mai perso, in realtà. Se con la Juve avesse segnato uno o due gol e avesse regalato alla Roma i tre punti che aveva meritato sul campo, sarebbe stata una storia da film sul calcio. Ma con sfumature più realisticamente romaniste ci è voluto leggermente di più per rivedere il vero Edin Dzeko calato nella Roma.

Ancora un po' disperso a Udine tra una zolla e una pallaccia calciata in tribuna (la stessa dove arrivò il pallone scagliato dal dischetto nel quart'ultimo rigore tirato in carriera nel 2017), decisamente sbloccato dopo la sosta delle nazionali di metà ottobre e tirato a lucido contro il Benevento, quando ha gonfiato la rete due volte e pure lì c'era stato bisogno di rincorrere l'avversario. Come accaduto a San Siro, di fronte alla capolista. Edin ha spronato la squadra e ridato coraggio, salendo in cielo dopo l'uscita a farfalle di Tatarusanu e insaccando a porta vuota per il pareggio. Ha risposto, come era atteso, all'altro bomber avanti con gli anni, il fenomeno con cui condivide le origini slave di Zlatan Ibrahimovic. Come al solito ha fatto a sportellate, ha allungato la squadra, "spizzando" palloni con colpi di testa, o da biliardo. Con dialoghi principeschi, a volte anche "troppo", con i compagni che danno del tu al pallone.

Poi ha tirato fuori tutto il suo orgoglio, nel secondo tempo. Quando ha ingaggiato un particolare duello a distanza di falli non fischiati con il signor Giacomelli, malcapitato arbitro in una serata storta, andato in confusione dopo l'assegnazione generosa del rigore a Pedro che l'ha portato a concedere al Milan un penalty ancor più inesistente di quello concesso agli uomini di Fonseca e trasformato poi da Veretout: «Ma che rigore è? Ma che siamo venuti a fare?», l'audio non mente. Ha sbottato Edin con le braccia larghe come un povero Cristo urlando contro il cielo. Perché uno come lui proprio non ci vuole stare a perdere, tanto più ingiustamente come stava accadendo al Meazza.

Tanto che quando Marash Kumbulla si è sostituito a lui con una zampata su assist involontario di Ibrahimovic su calcio d'angolo ha esploso tutta la rabbia prima di andare a complimentarsi con il giovane compagno: tre pugni lanciati nel vuoto per esultare, perché capitani si nasce. E romanisti pure, con tutti i dubbi della fede che talvolta ti assalgono. Come quando a fine partita Edin ha raggiunto Karsdorp: «Ricky!», si è sentito in tv. E poi un abbraccio consolatorio, più di una pacca sulle spalle al compagno in difficoltà contro Leao, ma autore di una partita dignitosa, in ripresa.

Come il suo rapporto con la Roma, forse la più forte, come organico, delle ultime stagioni senza Champions. Se ne sta convincendo anche mister 109 gol giallorossi, che avrebbe accolto volentieri il ritorno di El Shaarawy (chissà a gennaio) - che ieri ha compiuto gli anni - e aspetta il rientro di Smalling perché adesso, circondato da qualità, è tornato a crederci ancora. Di più.